The Mothers Of Invention – We’re Only In It For The Money

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Un concept caricaturale, la parodia auditiva e visiva viene giostrata in maniera magistrale da Frank Zappa, che – con frasi irriverenti, un artwork ragionato e uno stile da cabaret – prende per il culo chiunque, non viene risparmiato nessuno. Dai Velvet Underground a Jimi Hendrix, dai Mothers (in una forma di finta autocritica) ai The Beatles, alcuni capisaldi della musica vengono messi in discussione da Zappa, accusando il flower power di esser un movimento di merda – composto da tossici e scansafatiche – privo di una consistenza nella società odierna.

Una serie di scherzi musicali, leggeri (a tratti scanzonati), grotteschi, volti a mantenere sempre alta la concentrazione di chi ascolta con: rumori, voci distorte, musique concrète alla John Cage. I motivetti abbordabili – proposti con insistenza – dimostrano poi il retaggio doo-wop e l’ecletticità suprema di Zappa che in un disco riesce a pensare numerosi aspetti riuscendo a concretizzarli tutti quanti senza sforzo apparente.

La complessità degli spartiti di Zappa è risaputa, i cambi di ritmo e la meticolosità con la quale prepara tutto quanto non lascia mai nulla al caso.

“Lo facciamo tutti solamente per denaro” è il pensiero di Frank rivolto al music-business e ai suoi interpreti, ai figli dei fiori – che nascondono dietro al loro messaggio di pace la voglia di ficcare continuamente e trocarsi finché il corpo lo permetta – volto di una moda passeggera che il buon Zappa contrasta con tutto se stesso. Ma il pensiero di Zappa è rivolto soprattutto ai The Beatles, e la copertina è la rappresentazione del degrado della società, il derelikt parodia dell’artwork della band ideale (versione moderna e aggiornata de La Città Ideale) di Sgt. Pepper.

Le sessioni fotografiche per la composizione dell’artwork durano un giorno e mezzo e 4mila dollari di esborso. Il buon Frank butta su una lista di 100 persone da reperire per ricreare la scena presente nella copertina dell’album dei The Beatles. Ohibòb, naturalmente risulta quasi impossibile trovare tutta quella gente, ma Zappa – che si è affidato a Cal Schenkel – ha un asso nella manica.

“Hey Jimbo, ti va di comparire nel mio album?”. E Hendrix si catafionda senza alcun problema.

Zappa e Hendrix hanno suonato insieme a Londra, lo stesso Zappa è sceso dal palco per godersi il concerto della divinità, ostentando – per la prima volta sino a quel momento – una stima incondizionata verso qualche altro musicista.

Al posto delle corone dei fiori a terra si è pensato che fosse più consono mettere della spazzatura, come a dire, tutto ciò che ci circonda è merda. È il brutto che va a contrasto con il bello. La consapevolezza di Zappa e i Mothers è proprio questa “non possiamo puntare sulla bellezza, puntiamo sulla nostra bravura e simpatia… deridiamoci”.

Prima della stampa Zappa chiede il permesso a MaccaPID si dimostra disponibilissimo – essendo un grande estimatore dei Mothers – mettendolo al corrente però che i diritti della cover son di proprietà di quei cattivoni della EMI.

Zappa per qualche motivo sfancula Macca, il povero Macca non capisce il motivo della sua acrimonia, considerato che nella sua testa avrebbe scritto anche ad Epstein per informarsi a riguardo.

Invero Zappa ha colto l’idea alla base di Sgt. Pepper, la volontà di essere il più grande album mai concepito nella storia del rock, etichetta che il buon Frank reputa idonea solo per i suoi lavori. Difatti i The Beatles vengono considerati come un ottimo gruppo commerciale, secondo Zappa l’album dei Fab Four in sè rappresenta un mero prodotto e non vera musica, e questo spinge a considerare Sgt. Pepper come un album ruffiano e acchiappone (mentre all’epeca Epstein e la EMI stavano seriamente scagacciandosi sotto per la navigazione a vista intrapresa dalle Blatte). Sgt. Pepper è stato l’album della svolta, del “suono lo stracazzo che mi pare, me lo posso permettere”, questo nel music business è considerato un po’ come giocare alla roulette russa.

Se vogliamo proprio fare i Travaglio della situazione, Macca non ha visto di buon occhio che Zappa definisse la musica come un prodotto… la verità è che lo stesso Frank considerava la musica un prodotto perché era a suo avviso l’unico modo per raffrontarsi con gli squali discografici, riuscendo ad imporre le proprie idee senza appassirsi dinnanzi alle regole d’oro del mercato musicale.

Di Hendrix è stata parodiata la versione di Hey Joe, scimmiottata in maniera grottesca in Flower Punk. In questa canzone si fa riferimento anche a Wild Thing, altra cover capolavoro del genio hendrixiano.  Questo avvale la tesi secondo la quale Zappa non risparmia mai nessuno, che siano meritevoli di stima o meno.

Piazzandosi in copertina ammette che anche lui fa parte del circo mediatico e cosciente di farne parte fa buon viso a cattivo gioco, indossando un vestitino di seta blu da ragazzina e delle trecce che dimostrano quanto lui non venga preso per il culo, perché è lui la presa per il culo.

Di We’re Only In It For The Money non basterebbero mai una manciata di articoli per descriverne la profondità e l’importanza, ma per la maggior parte dei dischi zappiani è così… sì ha sempre l’impressione che le parole non bastino.

 

The Jimi Hendrix Experience – Are You Experienced

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Il 1967 è – dagli storici – ricordato come anno 0, più precisamente dal 4 Giugno del 1967 entra in essere la locuzione D.H. (Dopo Hendrix).

Dio è sceso in terra, si è fatto carne palesandosi al Saville Theatre, dove in prima fila presenziano coloro che a suon di olio di gomito e album hanno ottenuto più fama di Gesù.

Allora Dio prima di qualsiasi cosa, li indica, si porta le dita alle orecchie e urla tre volte – come il gallo – in loro direzione “Watch out for your ears, ok?”.

Dio fisicamente è diverso da come è stato rappresentato sinora, ha una acconciatura afro, è aitante, senza barba e giovincello… ma soprattutto è un Dio nero, mettendo le pive nel sacco ai movimenti razzisti che fanno da sfondo agli anni ’60.

Dio è mancino, suona con la mano del diavolo. Dio interpreta solamente dopo 3 giorni dall’uscita di Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band, la sua versione dell’opening del disco sorprendendo i Fab Four accorsi al suo spettacolo, affermando così la sua leggenda e imponendosi su chi finora non ha riposto in lui alcuna fiducia (e sono stati in tanti).

Fino a quel momento le capacità del chitarrista sono sempre state tema di dibattito e curiosità. Il concerto in questione ha dato a tanti la risposta che cercavano.

Once you try black you never go back.

Are You Experienced è un’idea musicale capace di sparigliare le carte su ogni tavolo, Foxy Lady apre le danze, dove Hendrix è la macchina del sesso che riesce a spremere dalle corde della Stratocaster una sensualità feroce e animale, lasciandoci intendere quanta voglia di gigiabaffa avesse il treppiede di Seattle.

È il manifesto del rapporto feticista con il suo strumento, è la sua naturale estensione; sin dalla prima chitarra acustica ha instaurato un legame totale con la sei corde (per la quale riceveva cinghiate dal padre qualora l’avesse trovato a suonare con la mano del diavolo) una relazione che i musicisti di tutte le generazioni hanno tentato di scimmiottare dal ’67 a oggi con risultati discutibili.

Sovente mi dimentico di quanto sia importante la capacità di sintesi, perciò eviterò di dettagliare troppo alcune canzoni piuttosto che altre.

L’eccezione la faccio per Hey Joe, cover che ha reso Hendrix quello che è; Chas Chandler (ex bassista dei The Animals e ora produttore) è alla ricerca di qualcuno che possa arrangiare in chiave rock la canzone eseguita da Tim Rose. Hendrix in quel periodo è alle prese con una serie di concerti al Cafe Wha? – nel Greenwich Village -, Chandler se ne innamora e lo porta nel Regno Unito, dove la leggenda di Hendrix ha inizio.

Are You Experience viene pubblicato nel 1967 con 6 differenti tracklist e 4 copertine differenti. Curioso il caso del Sud Africa che, sotto il regime dell’apartheid, censura la fotografia dei membri della band, per mettere bene in evidenza solo il nome.

Ma si sa, le vie del signore sono infinite.

The Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

The Beatles - Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band

Quanto ho amato la chitarra acida ed espressiva dell’intro di Sgt. Pepper… quanto ho amato tutto Sgt. Pepper, un disco che mi ha forgiato e insegnato la meraviglia delle armonie complesse, la bellezza di melodie semplici e di impasti vocali teneri (come nel caso di With a Little Help From My Friends). Nominato a più riprese il miglior disco della storia, il più influente e – al contempo – l’album più sopravvalutato, giudicato in alcuni casi come un’insulsa accozzaglia di suoni e trovate pop.

Non c’è bisogno che aggiunga altro, io amo questo disco e mai sarò obiettivo. MAI.

Innanzitutto, da Rubber Soul passando per Revolver, i Beatles si trovano ad ascoltare Pet Sounds, la sensazione è che qualcuno sia corso a riparo nel mondo della musica, abbia recepito le idee dei Beatles ed elevate… ma gettare il guanto di sfida ai Fab Four in questo periodo equivale a contribuire attivamente alla stesura di Sgt. Pepper.

“Non potevamo fare meglio di quanto avessimo già fatto… o no?”

La domanda di Paul è lecita, nessuno possiede una sfera di cristallo, ma parafrasando John, se Rubber Soul era stato l’album della marijuana ed è un signor album, Revolver quello degli acidi ed è stato meglio, cosa aspettarci dal sergente Peppe? Assolutamente un passo avanti. Andiamo in ordine, che ci sono talmente tante cose da raccontare. Si entra in studio dopo un periodo di tour in giro per il mondo e di obblighi contrattuali, la nuova fase dei Fab Four è caratterizzata da una felicità di fondo, conseguenza anche del congelamento dei live, Paul partecipa da spettatore a concerti di musicisti contemporanei (tra i quali Berio), ma anche John, Ringo e George prestano il fianco a nuove esperienze, l’apertura mentale è alla base di nuove intuizioni.

Sgt. Pepper è Paul dopo un viaggio in America. Quei gruppi dal nome lunghissimo della West Coast stavano venendo di moda […] improvvisamente si era Fred and His Incredible Shrinking Grateful Airplanes. Penso che Paul sia stato influenzato da questa tendenza. Voleva stabilire una distanza tra i Beatles e il pubblico, così nasce la figura di Sgt. Pepper“, John ricorda questo particolare e infatti all’inizio Paul pensa a nomi come Col Tucker’s Medical Brew and Compound o Laughing Joe and His Medicine Band, dopo numerose prove – mescolando le parole e associandole ad orecchio – arriva Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band e di conseguenza la title track.

Prende così forma l’idea della band alter-ego, 4 alias che sostituiscono John, Paul, George e Ringo per tutta la durata del disco, un approccio volto a slegare mentalmente i Fab Four da dogmi e immagini musicali del passato al fine di liberare la fantasia. Prende vita così Sgt. Pepper, a differenza di ciò che diranno critica e addetti ai lavori, non come un concept album – difatti l’unica liason è nel brano di apertura e nella reprise verso la chiusura del disco – ma come un flusso di canzoni ben legate tra di loro che mostrano una armonia e nelle quali è possibile trovare una storia.

Come in Little Help From My Friends, scritta a detta di John parimenti da tutti i Bitolz basandosi su un’idea di Paul, oppure come per Lucy In The Sky With Diamonds, con un grande sforzo creativo di Macca e Lennon intenti a consigliarsi immagini psichedeliche come Newspaper taxis, Cellophane Flowers, Kaleidoscopic Eye e Looking Glass Ties. Figure evocative che per tanto tempo hanno invogliato a pensare ad un riferimento ai trip di LSD (acronimo de facto di Lucy in the Sky with Diamond) che in quel periodo i Fab si son fatti… la realtà – stando a quanto ci viene riportato dalle interviste dell’epoca – vuole che Julian Lennon porge un disegno intitolato Lucy in the Sky with Diamond al padre, che ispirato si butta a capofitto sul piano per comporre

Questa armonia è frutto dell’attitudine di tutti i membri nel contribuire alla creazione dei brani accantonando il proprio ego ed utilizzando le idee migliori al fine di ottenere di composizioni eccellenti, anche in questo caso il tocco di George Martin risulta decisivo andando ad aggiungere tutta l’esperienza maturata nella pre Beatles era con la musica elettronica e concreta. Per un George felice c’è un George infelice: è il karma. Le esperienze in India con Ravi Shankar hanno avvicinato Harrison alla spiritualità che crescerà sempre più negli anni fino a dischi smaccatamente improntati sul tema (Living In The Material World), riducendo Georgy ad uno stato di insoddisfazione che mai ha provato fin lì con i Fab Four, quasi un rifiuto di continuare… comunque ne ha tratto l’ispirazione per scrivere Whitin You Without You, dove il tentativo di imitare Shankar spinge Georgy boy in territori esotici.

Menzione d’onore per A Day In The Life, una delle mie canzoni preferite partorite dai Beatles, capolavoro di LennonJohn e io ci sedemmo. Lui aveva il verso d’apertura e la melodia. Prese l’idea su come proseguire dal Daily Mail, dove c’era un articolo bizzarro sulle buche a Blackburn, quello seguente riguardava l’esibizione di una signora alla Albert Hall. Il tutto si è fuso in una miscela poetica che suonava bene. Ho aggiunto un pezzetto suonato al piano ‘Mi sono svegliato, sono caduto dal letto, ho arato la testa con un pettine…‘ che era una mia canzoncina allegra, senza altre parti già scritte. Pensammo ‘Dovremo farlo iniziare con una sveglia’ e lo facemmo durante la registrazione”.

La progressione dell’orchestra nel bordello finale è frutto di un’idea di Paul che ha convinto ogni musicista a seguire il proprio istinto portando all’esplosione finale nella canzone.

Nota conclusiva dedicata alla copertina del disco, una delle più memorabili della storia della musica, grazie al coacervo di gente famosa presente. La Sgt Pepper band è di fatto composta da tutti i personaggi presenti in copertina, la scelta dei Fab Four è quella di evolvere l’immagine preconfezionata propinata negli anni, vestendo delle belle divise sgargianti che non passino inosservate, la decisione poi è quella di includere una lista di personaggi che i 4 baronetti avrebbero voluto nella Lonely Heart Club Band senza limitazioni. Per questo motivo troviamo gente come Stockhausen, Mae West, Fred Astair, Crowley, Poe, Jung, Marlon Brando, Bob Dylan, l’ex quinto Beatles Stue Sutcliffe, Burroughs, Freud, Huxley, qualche guru indiano, Einstein e le statue di cera dei 4 Beatles. Tutti gli artisti viventi presenti, hanno firmato una liberatoria per apparire, mentre chi non ha accettato è stato escluso naturalmente… inizialmente dovevano figurare anche Gandhi (posizionato vicino ad una palma) e Cristo con Hitler, ma persone vicine alla band li hanno fatti desistere per evitare ogni qual tipo di bega legale.

 

Beach Boys – Pet Sounds

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Ci sono dischi che hanno fatto la storia, Pet Sounds è uno di questi, non solo per il proprio contenuto, ma anche per l’effetto domino che ha avuto in termini di creatività sugli altri gruppi. È molto complesso per me scrivere di Pet Sounds in maniera essenziale ed esaustiva, una difficoltà che risiede nelle sfaccettature di un disco molto strutturato e per il quale sono state scritte pagine su pagine.

Siamo a metà del 1965 e Brian Wilson – caschetto strafatto di droghe dal precario status psicoemotivo – aveva già deliziato il pubblico scrivendo da solo o in collaborazione oltre ottanta canzoni per i Beach Boys, e diverse altre per formazioni come Honeys, Sharon Marie, Survivors e Castells. Wilson è il vero deus ex machina dei Beach Boys: scrittore ma soprattutto compositore di livello, incatenato al pop e al surf che ha fatto le fortune dei Ragazzi Spiaggia.

Sì perché il suo genio Pop è quello che ha permesso di portare la pagnotta a casa e di regalare al pubblico brani memorabili e leggeri ma al tempo stesso lo ha inserito in una competizione con i suoi punti di riferimento Phil Spector e Burt Bacharac (un po’ come Homer Simpson con Thomas Alva Edison)… ecco, il suo estro si sente un po’ soffocato da questo ruolo di compositore popparolo fin quando non giunge negli States Rubber Soul, il disco che indica la via a Wilson che – estasiato – va da sua moglie Marylin dicendole “Farò il più grande album! Il più grande album rock mai concepito”. Aldilà che Pet Sounds risulta tutto fuorché rock, ciò che ha impressionato Wilson è la compattezza che il disco dei Beatles presenta, un monolite con piena amalgama tra tutti i brani. Cosa che ritroviamo qui in Pet Sounds.

Come già scritto all’inizio, il caschettone è in condizioni psicoemotive molto labili, perciò non è inusuale che nonostante fosse il fautore del successo dei Beach Boys, non partecipasse ai tour con la band per recuperare energie mentali. Per questo motivo, la Capitol – storica etichetta titolare dei diritti sui Beach Boys – sollecita la realizzazione del nuovo album.

La fase compositive inizia, a Wilson viene consigliata la collaborazione con Tony Asher giovane copywriter di belle speranze che avrebbe svolto il ruolo di paroliere. Tra i due sboccia una solida amicizia, basata su ascolti di musica jazz, tempo passato assieme e discorsi su temi quali la spiritualità, i sentimenti verso le donne e la musica in tutte le sue forme. Si compongono così i temi principali che saranno inclusi nel disco, con l’intenzione di escludere la coppia “donne e motori”, vero leit motiv delle precedenti pubblicazioni dei Beach Boys.

L’iter creativo prevede che Brian suonasse qualcosa al piano, la forma e la melodia andavano a determinare anche il tema del testo; come in I Just Wasn’t Made For These Times “ Non una canzone d’amore normale, Brian voleva che si parlasse del senso di inadeguatezza verso  il presente” ricorda Asher.

Le nuove composizioni vengono perciò riversate immediatamente su nastro che puntualmente Asher porta a casa per lavorare e sviluppare le idee e rilavorarle assieme il giorno dopo, per Brian erano importanti i suoni delle singole parole messe in musica. I due cantavano e ricantavano le strofe per trovare le parole che suonassero meglio.  Nonostante il ruolo attivo di Brian, Tony Asher contribuì fortemente in brani come Caroline, No, That’s Not Me e I Just Wasn’t Made For These Times. Mentre la collaborazione prosegue Brian si orienta sempre più su un romanticismo simile a quello della trilogia d’amore di Today, l’esempio è Don’t Talk (Put Your Head On My Shoulder)  o ancora God Only Knows che per quanto possa sembrare incredibile Brian e Tony hanno scritto in mezz’ora. La canzone comincia con una confessione “ I may not always love you” per concludersi con una resa incondizionata all’amore “God only knows what  I’d be without you”. Fra gli altri temi che difficilmente Mike Love digerisce ci sono il desiderio pre-sessuale di Wouldn’t It Be Nice e la perdita dell’innocenza di Caroline, No.

A questa sessione risale anche Good Vibrations – la power hit per antonomasia dei Beach Boys – ma Brian non soddisfatto del risultato decide di accantonarla. Mike Love successivamente riprende il testo originale di Asher aggiungendo – tra le varie cose – al ritornello un “I’m picking up good vibrations”, modifiche di importanza tale da escludere Asher dai crediti (secondo Love per colpa di Murry il padre dittatore di Brian Carl e Dennis).

Ciò che passa sottotraccia è la semplicità con la quale Brian ha sviluppato tessiture musicali eccelse che nella maggior parte dei casi va oltre le capacità del resto della band (uno dei motivi per il quale dal vivo la resa dei Beach Boys non è stata tanto esaltante quanto i prodotti discografici).  La realizzazione delle tracce vocali e strumentali agli Studi Western – scelti per il riverbero che contraddistingue le tracce dell’album – ha visto l’inserimento di una serie di rumori e strumenti nuovi mai sentiti prima nelle canzoni pop come: güiro, campanellini, lattine di coca cola, bottiglioni di succo vuoti utilizzati come jug, becchi d’oca, attache, forcine, su tutti il theremin (che ritroviamo anche su Good Vibrations)… alla ricerca di un suono equilibrato e ricco per avere la pienezza tipica del Wall of sound di Phil Spector.

Brian Wilson a differenza di Spector ha avuto bisogno di pochissimo aiuto esterno per produrre i suoni che voleva e che aveva in mente. Ha spiegato con dovizia di particolare ad ogni musicista il brano per ottenere da ognuno il suono che desiderava.

“La produzione mi sembrava un capolavoro. Pet Sounds era nato dalle tecniche di produzione di Phil Spector. È per questo che ne sono tanto orgoglioso, perché siamo riusciti a realizzare tracce con un suono maestoso. Non era un album innovativo dal punto di vista dei testi…era un album innovativo dal punto di vista della produzione.” Brian Wilson 1976

The Beatles – Rubber Soul

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“Credo che il titolo Rubber Soul derivi da un commento fatto da un tizio su Jagger. Ho sentito nostre registrazioni poi scartate, suonavamo I’m Down e io, prima di attaccare, parlo di Mick. Riporto la frase di un amico americano che aveva detto ‘Mick Jagger. Beh sapete, questa gente non è male: ma ha un’anima di plastica’. Così ‘anima di plastica’ [Plastic Soul ndr.] fu il germe dell’idea di Rubber Soul“.

Macca ci racconta la scelta di uno dei titoli più belli mai scelto per un album, quel Rubber Soul che viene concepito nel 1965, un disco spartiacque nella carriera dei Beatles, che per la prima volta non presentano il proprio nome sulla cover del disco.

La necessità è quella di intervenire in maniera decisa sul percorso artistico intrapreso, deviando un po’ dal pop da top chart sciorinato nei primi anni di carriera. Rubber Soul è l’asticella che si alza verso il surreale, a fronte di un miglioramento tecnico che spinge verso una modernità la musica dei Beatles.

L’estate del 1965 scaldata da Highway 61 ha di fatto sistemato le pedine per un effetto domino con i fiocchi, la comunità musicale colpita dall’idea di Bob Dylan si rende conto della necessità di uno sforzo collettivo che di fatto comincia con Rubber Soul, prosegue con Blonde on Blonde (ricordate l’intreccio con Norwegian Wood?) e a cascata con altri signori dischi, sarà mia premura illustrarlo in questo spazio nelle prossime settimane.

I Fab Four percepiscono che il vento della novità sta soffiando forte e il loro momento sta arrivando, abbandonare il RnB per guardare in alto e appagare la sete di cambiamento. Non è un caso che le droghe comincino da un anno a questa parte a circolare in maniera più insistente tra John, Paul, George e Ringo… proprio quest ultimo ricorda come George Martin avesse cambiato il proprio approccio in sede di registrazione, il tasto rec viene schiacciato sin da subito registrando a ruota libera tutta la sessione prodotta dai Fab Four “Quando assumevamo troppe sostanze, la musica era merda, assolutamente merda. Non ne usciva niente di buono quando eravamo troppo fuori”, specifica Ringo.

Rubber Soul – per il vizio di spippacchiare erba a qualsiasi ora – necessita di più tempo, risultando un disco prodotto dopo attente riflessioni, volte alla ricerca di una sonorità differente, che i Beatles poi trascineranno dietro fino alla fine dei loro giorni. L’evoluzione non è solo sonora, ma personale, i ragazzi stanno maturando e scrivono in maniera talmente tanto naturale da partorire canzoni con facilità. A detta loro la droga ha influito in maniera importante  “Rubber Soul è stato l’album della marijuana e Revolver è stato quello dell’acido” ci dice John… insomma ci siamo capiti.

Si viene a formare un disco dalla struttura compatta, un vero e proprio LP omogeneo in ogni suo brano: ad inaugurare il disco ci pensa Drive My Car – con quel giro di basso suonato da George e che si rifà a Respect di Otis Redding –  uno dei brani più rinomati dei Beatles e come accaduto per Yesterday la linea melodica nasce immediatamente, invece di Scrambled Eggs qui il ritornello prevedeva You can buy me golden rings. La metrica lascia a desiderare e dopo essersi scervellati per bene, Macca e John tirano fuori un Drive my car risolutorio. Da lì sì è cominciato a pensare su cosa facesse quella ragazza, rendendo il significato tutto il brano decisamente più ambiguo.

Per una Drive My Car che va, segue una Norwegian Wood composta da Lennon; brano autobiografico che descrive una relazione extraconiugale di un John estremamente paranoico in quel periodo.

Il buon Lennon è sempre stato intento a ‘nzippettare a destra e a manca, dispensando il suo credo Pis en Lon a tutte le ragazze che incontrava in tour. La sonorità del brano dimostra l’interesse di confrontarsi con nuovi strumenti e ricercare soluzioni alternative rispetto al passato, George ha appena scoperto Ravi Shankar rimedia perciò un sitar e sovrincide sui vari tape di chitarra. Una meraviglia.

Sarebbe stupendo poter soffermarsi su ogni singolo brano… ma come per altri dischi che ho trattato, se insistessi questo articolo non sarebbe più una pillola bensì una supposta 8 bit. Indi per cui si va avanti rapidamente con Michelle, una perla di Paul nel quale c’è lo zampino di John “entrò in studio canticchiando le prime strofe e poi mi fa ‘come vado avanti?’. Caso volle che avevo appena ascoltato I Put A Spell On You di Nina Simone che mi ispirò il ritornello ‘I love you, I love you, I love you‘. I miei contributi alle canzoni di Paul riguardavano sempre un’aggiunta blues, un contrappunto di tristezza alle sue melodie luminose”.

E Nowhere Man la lasciamo in disparte? Sia mai! Una canzone nata in seguito allo smarrimento interiore che John vive all’epoca per le varie scappatelle, nella quale parla di sé stesso in terza persona… insomma, le canzoni di John nascono sempre per un senso di colpa per aver scopicchiato in giro.

Ma che cazzo, mi sento in colpa a non spendere nemmeno due righe su Wait, Girl, In My Life o The Word

Sono ingeneroso, perciò vi regalo le ultime righe dicendovi cosa c’è dietro la scelta della copertina di Rubber Soul… non è una storia particolarissima, semplicemente Robert Freeman – il fotografo che ha immortalato i ragazzi durante una sessione fotografica – proietta le diapositive scattate su di un cartone della dimensione del disco, mentre lo fa, il cartone si sposta, l’immagine appare deformata e sbam “che ficata! Teniamola così! Con le scritte deformate”.

Ecco… finisce così questo articolo breve se ne va… (se ne va), ma aspettate e un altro ne avrete, c’era una volta’ il cantapillole dirà, e un altro articolo comincerà (plin)

a prestissimissimo!

Care lettrici e cari lettori,

con questo messaggio istituzionale, son qui a comunicarVi che anche questo ciclo di pubblicazioni è terminato.

Il nuovo ciclo avrà inizio il 4 Luglio, perciò… finisce così, questo articolo breve se ne va… (se ne va), ma aspettate e un altro ne avrete, c’era una volta il cantapillole dirà, e un altro articolo comincerà (plin)

P.S. se l’astinenza fosse troppa, potete seguire la pagina Facebook Pillole Musicali 8 Bit (quella sì che è aggiornata tutti i giorni!), altrimenti non esitate a spulciare gli oltre 100 racconti già narrati (prometto che a breve renderò il tutto più semplice)

Pillole Musicali 8 bit

Secondo Ciclo 2017

Suicide – Suicide

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“Se sei brutto, ti tirano le pietre,

Se sei Alan Vega, ti tirano le asce”

Cantava Antoine nel 1967, anticipando di 11 anni quanto sarebbe successo durante un tour europeo dei Suicide in apertura ai Clash.

Ma perché? Perché c’è questo accanimento verso i Suicide? Perché hanno cominciato al CBGB’s e sono finiti in Europa? Perché? Perché? Perché? (da ripetere in maniera disperata alla Antonio Socci durante la lite con Capezzone in una puntata di Excalibur).

Partiamo dal principio, i Suicide forse non li avete mai sentiti (non è che siano mai stati così celebri nello stivale) ci hanno provato gli Afterhours con Milano Circonvallazione Esterna a farceli apprezzare, ma l’effetto è stato tutt’altro che quello desiderato in principio. Il problema è che se non sei Alan Vega non li puoi fare i suoi urletti, soprattutto se ti prendi troppo sul serio (come gli Afterhours da Non è per Sempre in poi).

Vabè, chiudo la polemica tra me e il sottoscritto.

Alan Vega è famoso per il suo modo di cantare e per il suo trasporto nel canto, simula l’amplesso in ogni canzone del disco d’esordio, per questo si becca insulti da morire negli States. Insieme a Martin Rev – il tappeto sonoro vivente dei Suicide – se ne vanno in Europa ad aprire i concerti dei Clash, dove vengono insultati come accade con Richard Benson, culminando poi nel lancio dell’ascia che sfiora Vega a Glasgow. Un grido lancinante si alza in sala “I NANIIIIII!!!”.

Se fosse stato centrato, la band avrebbe dovuto cambiare nome in Homicide.

“Suppongo fossimo più punk dei punk nella folla. Ci odiavano. Allora li ho provocati: ‘Voi teste di cazzo, dovrete passare sopra di noi prima che suoni la vostra band!’ È stato quello il momento in cui l’ascia ha sfiorato la mia testa per un pelo. È stato surreale. Ho pensato di trovarmi in un film 3-D di John Wayne. Ma non c’era nulla di inusuale. In ogni concerto dei Suicide in quel periodo era come trovarsi nella terza guerra mondiale. Ogni sera credevo che sarei stato ucciso.” Alla fine Alan è campato tanto da potersi ritenere un sopravvissuto, purtroppo però ci è stato portato via da un 2016 che non ha lasciato prigionieri.

I Suicide non sono stati capiti – da quel che avrete capito – ospiti fissi del CBGB’s insieme a Patti Smith, Television, Talking Heads e Ramones, vennero ridicolizzati dalla critica salvo poi – come spesso capita – far dietrofront. La vera fortuna per il duo Vega e Rev è stato quello di incontrarsi a SoHo in un laboratorio artistico: “Abbiamo avuto la stessa fortuna che hanno avuto Jagger e Richards quando si incontrarono” ricorderà il cantante, in principio scultore; uno originario di Brooklyn l’altro del Bronx, avevano in comune una povertà che caratterizzava le loro giornate (un po’ come per Patti Smith e Robert Mapplethorpe quando all’inizio della loro carriera si trovarono a New York).

Rev era in possesso di un Wurlitzer da 10 dollari che sputava suoni strani, e Vega improvvisava sopra quelle emissioni sonore; la vera rivoluzione avvenne nel 1975 quando il duo rimediò una drum machine che ne completava la struttura musicale e ne rafforzava la consapevolezza dei propri mezzi. Sarebbero diventati – da lì in poi – i pionieri della no-wave e del sound anni ‘80 fatto di sintetizzatori e merda elettronica (della peggior specie in molti casi).

I primi concerti sono ricordati per le performance dei due con un Alan Vega più body artist che cantante, capace di procurarsi ferite sul volto con la catena ed il coltello che si portava sempre sul palco. Fortemente forgiato dal rock ‘n’ roll di Gene Vincent, Roy Orbison ed Elvis, Vega riesce ad emulare ed evolvere il loro linguaggio musicale.

Suicide è un album meraviglioso, fonte d’ispirazioni per tanti musicisti, tra i quali Bruce Springsteen – che in Frankie Teardrop vede le origini per la sua State Tropper in Nebraska – o gli R.E.M. veri fanatici di Vega e Rev – celebri sono negli anni le loro interpretazioni di Ghost Rider.

Ah dimenticavo… il nome Suicide è un tributo al soprannome del protagonista nell’omonimo fumetto Ghost RiderSatan Suicide – del quale Rev è un grande ammiratore.

Ramones – Rocket To Russia

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Il terzo disco è la prova del 9 atta a confermare al mondo intero che i Ramones non sono un fuoco di paglia e che fanno sul serio.

Scritto prevalentemente in bus – tra una tappa e l’altra del tour – Rocket to Russia è il disco figlio dell’entusiasmo dell’intera band che odora il successo e la fama come uno squalo percepisce una goccia di sangue nel mare. Questa volta – rispetto ai passati due lavori in studio – il budget è discreto e i Ramones hanno sempre più seguaci, riscuotono consensi tra colleghi e pubblico ma è difficile trovare qualche loro brano nella top charts o in rotazione continua nelle radio. Tommy trova le ragioni di questa poca considerazione radiofonica in una paura insita nell’industria discografica figlia dell’incapacità di trattare con i gruppi punk, oltre alla dote dei Ramones di scrivere brani “schizofrenici e psicotici”. Nonostante tutto, il disco sarà uno dei più venduti della band.

Come già evidente nell’album d’esordio, i Ramoni sono fortemente figli del rock’n’roll anni ‘50, di Elvis e Chuck Berry, ma anche del surf rock anni ‘60 – come dimostrano la strafamosa Surfin’ Bird (cover del brano dei Trashmen, non è un originale dei Ramones come molti pensano) e Rockaway Beach (canzone scritta dal vero e unico viveur delle sabbie e della salsedine Dee Dee e dedicato alla spiaggia di New York) –  subiscono anche l’influenza del Bowie trasformista di Ziggy Stardust, di Lou Reed, degli Stooges e degli MC5 (forse il legame con gli ultimi due gruppi risulta più evidente).

Su tutto – per quanto impensabile possa sembrare – aleggia la figura di Andy Warhol, forse colui che anche indirettamente – tramite il suo concetto di minimalismo – ha più influenzato i Ramones e la scena musicale di New York, per non parlare di quello che sarebbe diventato il CBGB.

Come per gli altri album, la scelta dei temi trattati è in parte autobiografica ed in parte pescata nelle malattie mentali – o nelle problematiche giovanili di tutti i giorni – estremizzate e mescolate a del black humor, come in Teenage Lobotomy dove si canta di un ragazzo che dopo una esposizione massiccia al DDT deve essere sottoposto a un intervento di lobotomia (denunciando la pericolosità di questa tecnica ancora utilizzata in quegli anni) o con Sheena Is a Punk Rocker – probabilmente il brano più celebre di Rocket To Russia.

Joey ci racconta la nascita di Sheena con queste parole “Per me Sheena è stata la prima canzone surf/punk rock/teenage ribelle. Ho combinato Sheena, Regina della giungla [fumetto Britannico del 1937 ndr], con il punk primitivo. Così Sheena è stata portata ai giorni nostri”, Sheena è l’eroina anticonformista, colei che si allontana dallo status di ragazza per bene che frequenta solamente i posti raccomandati, lei va nei club a scatenarsi con il punk.

L’album della consacrazione definitiva dei Ramones coincide con l’addio alla band di Tommy che tornerà a svolgere il ruolo di produttore, garantendo prosperità e lunga vita (insomma… sigh) ai Ramones “Pensavo, ‘cos’è meglio per i Ramones? C’era tanta tensione tra me e Johnny, quindi dovevo cercare di rilasciare tutta questa pressione per consentire alla band di andare avanti. Lo dissi prima a Dee Dee e Joey. Mi dissero ‘Oh no! Non andare! No! Dai! No! Dai! Blablablablabla’, dissi loro che dovevamo assolutamente fare qualcosa perché stavo perdendo la brocca”

Barbara Keith – Barbara Keith

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Come dimostrato nei precedenti post della rubrica “Derelikt”(so che ogni volta cambia il nome di questa benedetta rubrica, ma fate conto che i dischi particolari finiscono in questa categoria) non è remota la possibilità di una fugace apparizione nel business musicale, con discreti risultati, per poi ritornare nella vita più che normale, circondati dagli affetti e senza enormi pretese.

Dopo Vashti Bunyan e Linda Perachs è il giunto il turno di Barbara Keith (l’ennesima illustre sconosciuta), il parallelismo tra queste figure è più che lecito: produzione discografica scarsa per ognuna, più o meno nello stesso periodo; la scomparsa per quasi trent’anni; il ritorno in pista e la riabilitazione al grande pubblico, raccogliendo successi più che insperati all’epoca delle registrazioni.

Barbara Keith – nell’album che ha un titolo veramente pregno di fantasia – riesce a regalarci una cover della cover delle cover: All Along The Watchtower. La sua versione mantiene una dignità ed un polso che la rendono unica, ha impresso la propria idea musicale in un brano ideato da Dylan – suo compagno di vita bohemien presso il Greenwich Village – rielaborato da Hendrix in maniera magistrale, e ripreso dalla stessa Keith con influenze acide e gorgheggi che si intrecciano in un climax talvolta epico e suggestivo. L’arrangiamento di All Along The Watchtower vale sicuramente l’intero disco, perché dare un senso ad un brano così fortemente connotato e celebre rendendolo proprio, è operazione da folli.

La Keith si ritirò dalle scene dopo aver sposato il produttore di questo disco, tale Doug Tibbles (con il quale ha scritto a quattro mani l’ultimo brano del disco A Stone’s Throw Away), e rescisse il contratto con la Reprise, l’idea dei coniugi era quella di concentrarsi sulla vita familiare e cercare una major in grado di incontrare le loro esigenze.

Il recesso dalla Reprise fu un colpo grosso per la carriera della Keith, in quanto la promozione del disco subì un arresto non indifferente che tagliò di fatto le gambe alla sua carriera.

Morale della favola, le vendite non furono assolutamente eccelse, ma il talento della Keith venne comunque notato dall’industria musicale, non solo grazie ai suoi due album omonimi (uno sforzo creativo da fantasia al potere) ma anche grazie alla fitta rete di contatti creati durante la permanenza dei salotti creativi del Village, dove venne scoperta nel club Café Wha?, per questo motivo alcune sue canzoni vennero reinterpretate da cantanti più conosciuti di lei. E tutti vissero felici e contenti.

Ramones – Ramones

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Ecco il turno di un’altra istituzione del CBGB, il percorso è molto simile a quello intrapreso da Patti Smith, solo che Joey e compagni si avventurano nel Country Bluegrass Blues una manciata di mesi prima rispetto a Patricia Lee; è una torrida serata agostana ed i Ramones si presentano sul palchetto del live club più famoso di New York, dove sosterranno da lì alla fine dell’anno oltre 70 esibizioni.

Ogni performance dei Ramones era composta da una scaletta tiratissima con brani velocizzati che difficilmente superavano i due minuti, perciò i primi spettacoli avevano una durata media di 17 minuti (concetto estremizzato poi dai Minutemen). Basta veramente poco per notarli, il loro nome d’arte nasce da un’intuizione di Dee Dee – all’epoca Douglas Colvin – che prendendo spunto dall’alias di Paul McCartney ad inizio carriera (Paul Ramon), si da il nome di Ramone e suggerisce anche agli altri membri di adottare tale alter ego, perciò John Cummings diventa Johnny e Jeffrey Hymam si trasforma nel ben più famoso Joey.

Dee Dee si accorge che suonando il basso non è in grado di cantare, perciò Joey viene spostato dalla batteria alla voce e alle percussioni subentra Thomas Erdelyi (Tommy). Questa sarà la formazione dei Ramones fino al 1978 e così si imporrano nel mondo: un’immagine coordinata che li ha aiutati nella rapida ascesa, capelli lunghi e corvini, giacche di pelle nera, un muro del suono (o di rumore sarebbe meglio dire) ad accompagnare le loro esibizioni disordinate – e prive di talento effettivo rispetto a colleghi molto più quotati.

I Ramones rifuggono dal concettualismo di tutti gli altri colleghi che si esibiscono al CBGB e altri gruppi coevi, suonano quello che vogliono con quei cazzo di accordi semplici -mai un abbrivio – con testi senza pretese; sono caciaroni e primitivi nel senso che ritornano alle origini del rock’n’roll. Gran parte di questo “successo” è legato alla figura di Joey Ramone: bastian contrario rispetto a tanti altri cantanti, non si ispira a nessuno, ma soprattutto non cerca di scimmiottare nessuno, si impone nel panorama per quello che è oltre che per la sua voce gutturale capace di sciorinare scioglilingua e filastrocche con rima baciata.

Nel 1975 i Ramones vengono messi sotto contratto ed incidono il loro primo omonimo lavoro; la foto di copertina – celebre – è stata scattata a due passi dal CBGB, doveva essere simile – nell’idea della band – alla copertina dell’album Meet The Beatles!, diventerà a sua volta una delle immagini più iconiche della storia della musica, coi 4 Ramoni appoggiati al muro abbigliati talmente tanto fichi che saranno copiati dai tanti fan (e non) della band.

1,2,3,4! è il marchio di Dee Dee che risuonerà ad ogni canzone,  Ramones comincia con Blitzkrieg Bop, scritta da Tommy e Dee Dee – nonostante sia accreditata a tutti i membri – prende il nome dalla tattica della guerra lampo (blitzkrieg in tedesco) proveniente dalla seconda Guerra Mondiale; a seguire c’è Beat on the Brat brano che nasce dall’infanzia di Joey “Quando vivevo con mamma e mio fratello, avevamo dei vicini con un bambino rumorosissimo e senza disciplina che urlava tutto il tempo. Da lì è maturata in me la voglia di prendere una mazza da baseball e colpirlo. Volevo ucciderlo”, Dee Dee invece ricorda che Joey aveva visto una madre inseguire un bambino con la mazza per picchiarlo… a chi dobbiamo dare retta?

Comunque tutte le canzoni si sviluppano sulla base di esperienze di vita vissuta dai membri della band, come per Beat on the Brat anche Judy is a Punk prende forma praticamente nello stesso momento, o Now I Wanna Sniff Some Glue un concetto proveniente da un trauma adolescenziale di Dee Dee, o 53rd & 3rd ovvero il punto nel quale si concentra la prostituzione maschile omosessuale a New York – e dove si suppone che Dee Dee si sia prostituito per saldare debiti di droga (come faceva Robert Mapplethorpe, non sarebbe poi una affermazione più di tanto campata in aria quella su Dee Dee).

Insomma sono tanti i temi trattati dai Ramones, lo faranno senza troppe impalcature, in maniera genuina con un linguaggio schietto e diretto, è Tommy colui che da una spiegazione del manifesto dei Ramones: “Suoniamo canzoni brevi e facciamo scalette corte per tutte le persone che non hanno tanto tempo libero”.