T.Rex – Electric Warrior

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Marc Feld conosciuto dai più come Marc Bolan è stato forse l’elemento di maggior spicco del glam Rock: carismatico, dandy, teatrale, eccellente chitarrista dalla folta chioma (caratteristica fondamentale per essere considerato un chitarrista a quei tempi) e dal trucco pesante.

Purtroppo la sua discografia e la sua icona non sono abbastanza conosciuti e diffusi da noi, ma merita sicuramente di essere annoverato tra i più prolifici e interessanti musicisti degli anni ’70. Nella sua musica e nelle sue performance hanno un elevato ascendente Elvis, Syd Barrett e Ravi Shankar; queste influenze sono facilmente individuabili in tutta la sua discografia e nel suo modo di essere. Nella figura ricorda molto Frank-N-Furter e fa dell’ambiguità un marchio di fabbrica, con il quale ha ispirato uno dei vari aspetti di Ziggy Stardust.

“Non avremmo potuto far nulla senza Marc Bolan. Il piccolo discolo che ci ha spalancato le porte.”

Le porte sono quelle del glam – della dissolutezza – e Bowie ce lo presenta in questo modo, un’amicizia la loro nata a fine anni ’60. David non ha mai nascosto di vedere in Bolan uno dei suoi principali ispiratori. Celebre è il duetto improvvisato al Marc Show nel 1977, poche settimane prima della morte di Bolan. Sconvolto dal tragico evento occorso al suo amico, Bowie istituirà poi un fondo per il figlio Rolan.

Tornando al nostro discorso, Electric Warrior è glam puro, in brani come Mambo Sun, Jeepster, Get It On, Life’s A Gas ci sono tutti i canoni classici del genere: riff di chitarra boogie, voce sensuale e distorta, cori in falsetto. Il mitico Tony Visconti – produttore di tutti gli album dei T.Rex – ci descrive Bolan dandoci la dimensione effettiva di chi fosse:

“Ciò che ho visto in lui era talento grezzo. Ho visto il genio.[…] Non era propriamente un hippy. Non prendeva droghe allucinogene, ma sicuramente recitava la parte, lo aveva capito. Era sensibile e poetico.”

Il brano più celebre estratto da questo disco è sicuramente Get It On, uno dei più importanti successi commerciali dei T.Rex, la prima curiosità legata a questa canzone risiede nel fatto che per il mercato statunitense è stata apportata una modifica al titolo trasformandola in Bang a Gong (Get in On) per una questione prettamente di marketing, onde evitare la confusione con un brano omonimo dei Chase.

E’ una canzone che nasce dal tentativo di imitare ed omaggiare il brano Little Queenie di Chuck Berry (il riff di chitarra è molto simile anche se rallentato, ma questo giro è tipico nel glam e lo ritroviamo ad esempio anche in alcuni album di Bowie e dei Queen).

Per quanto riguarda invece la chiusura glissata con il pianoforte, è stata eseguita da Rick Wakeman – successivamente tastierista degli Yes e di altri gruppi, all’epoca alla disperata ricerca di soldi per il pagamento dell’affitto – per la modica cifra di 9 sterline. Durante un’apparizione promozionale a Top of the Tops nel 1971 – in playback Elton John mimò questa parte di piano finale generando molta confusione negli ascoltatori, convinti che uno dei parrucchini più celebri della storia fosse diventato parte dei T.Rex.

“Credo fermamente che Get It On sia una delle cose migliori che abbia mai fatto e le uniche critiche che posso accettare sono ‘Beh è fuori tono o la chitarra è una merda’. Ok, ma so che non è così.”

Marc Bolan aveva le idee chiare riguardo la sua musica e il suo modo di essere ed era in grado di mettere in riga i critici con poche parole “Electric Warrior può sembrare semplice in superficie, ma ha tantissimi piccoli significati nascosti se solo qualcuno volesse andare poco più a fondo.”

Non è un album che può passare inosservato, è stranamente soft per essere un album glam, nonostante gli eccessi che si porta dietro per sua natura. Ma Electric Warrior è l’anima di Marc Bolan: poetico, delicato e spigoloso… i due brani finali riassumono in appena 6 minuti tutto il disco con la dolcezza di Life’s A Gas e la frenesia di Rip Off (con il grande sax di Ian MacDonald – ex King Crimson – a dominarla); insomma è un disco che po esse piuma o po esse ferro. Da avere.

P.S. L’artwork è frutto dell’estro del gruppo Hipgnosis, lo studio di Thorgerson, già autore di punta delle copertine dei Pink Floyd e non solo.

Pearl Jam – Ten

Pearl Jam - Ten

Il fu Mookye Blaylock, giocatore di punta della NBA a cavallo tra gli ’80 e i ’90, il suo nome forse non suggerisce nulla, ma a chi ha nel cuore i sopravvissuti del grunge, non può non ricordare il disco d’esordio dei Pearl Jam. Mookye Blaylock è il nome originale della band, ma per questioni di appeal e di licensing, l’etichetta discografica ha imposto la scelta di un nome più d’impatto.

Pearl viene in mente ad Ament non si sa per quale cazzo di motivo, ma è così; Jam invece è il suffisso che cade dalle nuvole durante un concerto di Neil Young al quale assisterono i futuri Pearl Jam. Nèllo in uno dei suoi magic solo di 20 minuti da lo spunto per completare il nome ai pischelletti di Seattle. Ten è il numero di maglia di Mookye Blaylock, che viene ricordato in questo modo vista l’impossibilità di mantenere il nome per la band.

Neil Young e Pearl Jam – una relazione a doppio filo – si definiscono zio e nipoti nemmeno troppo ironicamente come conferma Vedder: “abbiamo appreso tanto da zio Neil, ci ha adottati come nipoti e ci ha insegnato un sacco di cose belle a tanti livelli. Sulla musica, sull’umanità, entrambe le cose semplicemente guardandolo, ascoltando cosa avesse da dire o conversandoci”… questa è un’altra storia romantica che approfondiremo a tempo debito.

What the fuck is the world running to?” è il rantolo di Vedder con il quale accende Porch, il termometro con il quale è possibile misurare lo spirito dei Pearl Jam in questo periodo. Difatti Ten è il culmine di una varietà di percorsi al limite della rassegnazione, del fallimento e della vita mediocre, senza il rispetto delle aspettative che ogni singolo membro della band si è prefigurato. Il grunge essendo un movimento sociale oltre che musicale – ed essendo ben radicato nella scena della Emerald City – non può discostarsi troppo dalle vite di McCready, Vedder, Krusen, Gossard e Ament, che fin qui hanno avuto risvolti decisamente drammatici.

Gossard ed Ament sono reduci dei Green River, sopravvissuti alla morte di Andrew Wood, leader dei Mother Love Bone (percorso musicale successivo a Green River). Imperterriti decidono di convogliare le loro energie mentali verso il nuovo progetto, Pearl Jam.

La band comincia a prendere forma, pezzo dopo pezzo… finalmente gli anni di sacrifici e la perseveranza cominciano a pagare dazio. I primi brani prendono vita negli scantinati e registrati in musicassette.

L’amalgama c’è, chi manca è l’interprete e chi metta nero su bianco i testi.  Una demo tape di 5 brani viene registrata in delle sessioni alle quali prende parte Matt Cameron – batterista dei Soundgarden e attuale batterista dei Pearl Jam. La demo viene consegnata a Jack Irons (futuro batterista dei PJ, nonché frequentatore dei vari Gossard, Ament e McCready) che a sua volta la fa pervenire ad un suo amico che di mestiere fa il benzinaio a San Diego. Il tizio in questione è Eddie Vedder. Se fosse stato studiato a tavolino questo gioco d’intrecci non sarebbe mai stato possibile.

Eddie è un ragazzo con un passato tribolato e caso vuole che sia in possesso di quella sana punta di depressione necessaria ai Pearl Jam, scrive i testi per 3 brani della demo tape (Once, Alive & Footstep), registra la voce sopra i tre brani e rimanda la cassetta – ribattezzata Momma-Son – a Seattle. Arrivato nella Emerald City i ragazzi hanno modo di conoscersi e cominciano a provare e continuare a lavorare sui brani presenti nella demo, così Vedder scrive su due piedi il testo per la E Ballad (la ballata in Mi) che prenderà il nome di Black.

Una volta stabilita la formazione base, comincia anche il teatrino dei batteristi: Krusen molla a due mesi dall’ingresso in studio di registrazione per andare in riabilitazione; subentra Chamberlain che dopo un tot di concerti molla per andare al SNL; nell’andarsene suggerisce di chiamare Dave Abbruzzese che rimarrà in pianta stabile fino al 1994, quando verrà sostituito proprio da Irons.

Ten non racconta unicamente i disagi interiori vissuti dai Pearl Jam, ma anche fatti di cronaca trasposti in musica e canzone da Ament e Vedder con Jeremy. La storia di un ragazzino texano di 15 che davanti alla propria classe si spara un colpo di pistola alla testa. La canzone denuncia l’amarezza di una scelta decisamente drastica e cerca di trasmettere la necessità di riscattarsi negli anni con le proprie forze senza piegarsi alle bastonate che la vita ti da. All’origine del brano – racconta Vedder – che non vi è solamente la storia del Jeremy texano, bensì anche la storia di un ragazzino compagno di classe di Eddie che ha dato vita ad un dramma simile, rivolgendo la frustrazione verso terzi.

Non ho intenzione di dilungarmi sul senso di ogni canzone, ma su quello DELLA CANZONE per eccellenza sì. Mi limito prima a concludere con una considerazione: questo album oltre ad essere un grande disco d’esordio, è una perfetta alchimia tra brani, sentimenti e capacità di tutti i creatori del disco. Darà il là alla grande epopea dei Pearl Jam e riuscirà a farsi largo nel mercato garantendo una credibilità che i Pearl Jam hanno consolidato sempre più negli anni.

Il simbolo dei Pearl Jam, il simbolo di Vedder è Alive e mi piace chiudere con le sue parole che spiegano in poche righe ciò che erano e ciò che sono ora i Pearl Jam:

“Questa è una piccola storia che mi piace chiamare ‘la maledizione’, è una canzone che proviene da Ten e che abbiamo suonato centinaia di volte dal vivo, e si è trasformata negli anni non per la forma o per gli arrangiamenti, bensì per l’interpretazione. La storia originale della canzone racconta di un ragazzo che viene a scoprire delle scioccanti verità… la prima è che l’uomo che credeva essere suo padre – e lo aveva cresciuto – non lo era… la seconda dura verità è che il vero padre era venuto a mancare da pochi anni. Come se per un adolescente non fosse abbastanza, quando la madre racconta tutto ciò al figlio, una forte instabilità emotiva e confusione lo avevano colpito. Lo so, perché conosco quel ragazzo. Ero io. Ricevere i segreti che si suppone dovessi perdonare, ma al tempo stesso essere ancora vivi e dover convivere con questo. Era una ‘maledizione’ essere ancora vivo. Nel corso degli anni, la canzone ha raggiunto un pubblico molto più ampio che ha cantato in massa durante i concerti ‘I’m Still Alive‘. Perciò ogni volta che vedevo queste persone darne una interpretazione positiva, per me è stato incredibile. Il pubblico ha cambiato il significato di queste parole. Quando cantano ‘I’m Still Alive‘ è una celebrazione. Quando hanno cambiato il significato di queste parole, hanno rotto ‘la maledizione'”.

Smashing Pumpkins – Mellon Collie And The Infinite Sadness

Smashing Pumpkins - Mellon Collie And The Infinite Sadness

Devo ammetterlo, non mi sono mai stati simpatici… con superbia e conoscendoli superficialmente li ho sempre reputati sopravvalutati e noiosi. C’è un però in questo preambolo… mi sono dovuto ricredere, ho ascoltato in maniera attenta Mellon Collie And The Infinite Sadness cercando di comprenderlo – calandomi nella realtà storica nella quale è stato concepito – e andando oltre le sonorità, scoprendo sfumature che mi hanno spinto a scrivere questo pezzo e rimanendo piacevolmente sorpreso dalla riscoperta di questo album.

Voi direte: A me che perché dovrebbe fregare qualcosa di tutta ‘sta introduzione?

Niente, semplicemente non avevo la minima idea di come cominciare questo articoletto.

La durata del disco porta gli Smashing Pumpkins ad optare per una struttura dello stesso suddivisa in fasi: Dawn, Tea Time, Dusk, Twilight, Midnight e Starlight. Da questa composizione articolata nasce il paragone che Corgan – con modestia – sostiene fermamente: “Mellon Collie è il The Wall della Generazione X“.  Ci può stare.

L’aurora splende di luce propria con Tonight, Tonight, primo vero sussulto del disco, brano scritto durante il tour di Siamese Dream. Un crescendo marziale, cinematografico ed emotivamente di grande impatto che ben si coniuga con la voce nasale,  a tratti cacofonica di Corgan.

Tonight, Tonight – segue la strumentale Mellon Collie And The Infinite Sadness – resta ben impressa nella mente di chi era teenager negli anni ‘90 per il memorabile videoclip – tributo a Viaggio nella Luna di Georges Méliès.

Ma perché proprio Méliès? La scelta risiede nella copertina dell’album, in una immagine coordinata che sapientemente gli Smashing Pumpkins hanno costruito per questo disco – difatti l’artwork è una fusione tra il l dipinto di Santa Caterina d’Alessandria (realizzato da Raffaello Sanzio) e La Fedeltà di Jean Baptiste Greuze – che ispira decisamente le tipiche figure del cinema muto e fa scopa con le scenografie di Méliès.

Si prosegue con Zero, e con le sonorità ereditate da Siamese Dream, tant’è che effettivamente è stato il primo brano ad essere registrato per Mellon Collie, oltre ad esser stato scritto durante il tour del precedente album. Più che al brano, vero e proprio, l’aneddoto è legato al vestiario di Corgan; gli Smashing Pumpkins stavano attraversando il periodo della pubertà in cui si dovevan stravolgere il guardaroba per sembrar fighi e alternativi e allora succede sta cosa che Corgan trova ‘sta maglia con su scritto Zero che boia dé adesso è famosa un bel po’ e vale un sacco di danari.

La maglia venne prodotta da una compagnia di skaters di nome Zero Skateboards, e di li a poco fu fuori produzione. C’è chi pensa che l’utilizzo della maglia fosse una trovata promozionale legata al brano Zero e chi invece crede che Zero fosse un supereroe creato da Corgan basato su sé stesso (quest’ultima teoria sembra sia stata confermata da Corgan poco dopo la realizzazione dell’album del 2000 Machina/The Machines of God).

Fortunatamente sembra che Billy Corgan ne possieda diverse, ciò gli permette di mantenere lo stesso outfit di venti anni fa.

Va bè, fatto sta che viene indossata per la prima volta nel videoclip di Bullet with Butterfly Wings, ultima testimonianza videoclippistica dei capelli di Corgan e primo singolo estratto dall’album e apertura del lato Dusk (crepuscolo). Anche per questo brano si è andati a pescare dal periodo Siamese Dream (lo si può intendere dalle sonorità), ci sono sessioni e registrazioni in loop del 1993 che testimoniano la genesi di questo brano e del suo celebre riff di chitarra.

Ho fatto riferimento più volte all’era di Siamese Dream in quanto a cavallo tra la fine del tour e l’inizio delle registrazioni di Mellon Collie, Corgan ha scritto la bellezza di 56 brani… WOW.
Vabè l’ultimo di questi è stato 1979. Corgan lo considera come il brano più intimo di tutto l’album in quanto racconta il passaggio dalla fanciullezza all’adolescenza, la delicatezza e la tenerezza con la quale imprime i suoi ricordi da dodicenne (lui è del 1967) nel brano sono perfettamente riscontrabile nel sorriso genuino e nei momenti che ci mostra nel videoclip.

Mellon Collie è un disco infinito, un falso-piano all’apparenza piatto, ma quando lo affronti ti coinvolge, ti prende e ti accompagna per tutta la durata in un mondo sospeso, etereo. E’ una colonna sonora, è come vivere in una fotografia e per questo non voglio proseguire nel racconto ma credo sia giusto fermarsi con 1979.

Elliott Smith – Roman Candle

Elliott Smith - Roman Candle

Gli HeatMiser hanno avuto un peso musicale decisamente inferiore rispetto alla carriera solista seppur breve di Elliott Smith, uno dei rari casi in cui il progetto solista postumo ha avuto più successo del progetto di band precedente. Roman Candle è un album registrato mentre Smith stava calcando i palcoscenici come vocalist degli Heatmiser, evento che probabilmente ha dato il là alla scelta di approcciare definitivamente ad una carriera solista, molto più riconoscibile e meno anonima rispetto alla sua precedente carriera, inizia perciò una nuova vita nella quale vengono riversate le paure e le fobie della precedente; il Nick Drake della generazione X, tanto disadattato quanto disperato. Cosa accade a Smith, che piano piano si lascia intossicare dai suoi problemi.

Registrato nello scantinato del manager degli Heatmiser J.J.Gonson (sembra molto una storia alla Beautiful così), l’album mantiene un’anima grezza, a questa sonorità contribuisce anche dal registratore (prestato) a 4 tracce col quale Smith ha catturato gli strumenti (una chitarra prestata anch’essa) da lui suonati. Non vi ricorda la storia di Nebraska?

C’è anche da dire che questo lavoro non era stato pensato per essere pubblicato, ma quando la ragazza di allora di Smith spedì la cassetta al Cavity Search Records, se ne innamorarono e fecero di tutto per poterlo pubblicare. Naturalmente lo spirito restio di Smith gli impose di porre un veto, che successivamente venne scardinato considerata l’insistenza di chi credeva fortemente in lui.

Il fatto che Smith si dimostrasse restio alla pubblicizzazione di questa sua demo, è strettamente riconducibile al periodo storico fortemente influenzato dal grunge che in quei tempi determinava mode, musica e stili di vita: “Ho pensato che la mia testa potesse essere tagliata appena avesse fatto capolino, insomma, qualcosa di così opposto al grunge che in quel momento era così popolare… il fatto che quest’album fosse ben accolto, è stato uno shock totale, ed ha immediatamente eclissato gli Heatmiser, sfortunatamente.”

Il percorso solista di Smith poco rappresenta quanto già registrato con gli Heatmiser: “L’idea di suonare la mia musica per la gente non mi era mai passata per la testa… perché all’epoca c’era il Nord-Ovest (Mudhoney e Nirvana) e andare a suonare uno spettacolo acustico era come strisciare fuori e sbilanciarsi talmente tanto da rischiare di venir giustiziato al momento.”

Il distacco dal grunge da quanto già fatto – per una elaborazione maggiormente raffinata, scarna e spoglia di tutta la rabbia che aveva investito gran parte della generazione X -concede a Smith di distaccarsi in punta di piedi dagli Heatmiser, praticando inconsapevolmente l’eutanasia per rendere conto ad un disegno maggiore e a più ampio respiro, che vedrà lo zenit nella morte del maudit. Interprete di una vita che appare effimera e di poco conto – quasi un flato impercettibile come la sua voce – ma il vuoto lasciato da Smith è più grande di quanto si pensi. Smith è stato l’ultima roccaforte della musica a tu per tu, il fido amico pronto ad accompagnare i momenti di depressione con composizioni che anche se malinconiche riescono nell’intento di cullare il disagio e annullarlo magicamente, abbiamo perso un autore capace di emozionarsi negli show radiofonici, di non finire nemmeno una canzone cominciata perché saturo di essa. Abbiamo perso la verità che di sicuro non troveremo in Pezzali o altri poeti contemporanei gggiovani e pieni di argomentazioni sulla T1pA e su quanto sia Ganzo andare in giro collo Sco0teErrr!1!1!!  O fare una canzone su quanto sia difficile conseguire la licenza di guida al giorno d’oggi, minkia troppo paxxo il MAXXXX!

C’è da dire che il fascino che esercitano su di me i musicisti morti è del tutto simile a quello di una calamita allo sportello del frigorifero. Provvederò a pubblicare qualcosa riguardante gente viva (forse).

Nick Drake – Pink Moon

Nick Drake - Pink Moon

Delle volte capita che il destino ti prenda di mira, ti seduca, ti faccia credere di essere unico e poi gradualmente ti abbandoni, sino a spingerti alla depressione più profonda. Tutto questo è successo a Nick Drake bistrattato dal pubblico – che non ne ha compreso il vero potenziale – e dalla critica che non lo ha cagato quasi per niente. Tre album in crescendo, uno più bello dell’altro. Inarrivabili. Tanto belli quanto di poco successo, quasi nullo.

La sensibilità espressa dalla sua voce e dalla tecnica chitarristica non sono apprezzate dal pubblico – e probabilmente nemmeno capite – tant’è che gran parte dell’insuccesso di Drake viene imputato alla sua incapacità di approcciare il palco. E’ impossibile trovare dei nastri che testimonino esibizioni dal vivo di Nick Drake, costretto a ridurre progressivamente le proprie apparizioni live per una innegabile difficoltà ad affrontare il pubblico. Il più delle volte era costretto ad abbandonare il palco ad esibizione in corso, dopo aver bisbigliato qualche brano al microfono.

Un dato di fatto però è innegabile: la capacità e le potenzialità di Nick Drake sono state espresse solamente in minima parte e purtroppo non ne abbiamo potuto fruire maggiormente. Si potrebbe indicare in Nick Drake il padre artistico di Elliott Smith: malinconico, introverso, sfigato quel tanto che basta da renderlo uno dei pilastri della musica intima, in grado di raggiungerti solo con la propria chitarra e la voce.

Come uno sciamano silenzioso scruta l’orizzonte, ed il presagio non è certamente dei migliori, la luna rosa sta per stagliarsi alta nel cielo – lo stesso colore che la luna ha durante le eclissi e che secondo la tradizione cinese è portatrice di sventura. Una sorta di premonizione riguardante il suo futuro discografico e non, è per questo che Pink Moon assume il significato di un testamento vero e proprio di Drake. Questo disco è stato registrato unicamente in due sessioni notturne da due ore, voce e chitarra-chitarra e voce, si intrecciano sino a diventare un unico elemento semplice e complesso, di una raffinatezza difficilmente avvicinabile. Raffinatezza derivante dal background letterario – che Drake mostra nelle sue canzoni – oltre che dalla vicinanza stretta con la madre e compositrice Molly, abile pianista capace di influenzare le melodie del figlio sin dalla prima infanzia.

Al termine delle sessioni Nicola maschio d’anatra (questa è la traduzione letterale di Nick Drake) lascia i nastri di Pink Moon alla Island – la sua casa discografica – annunciando il suo ritiro dalle scene musicali.

Pink Moon è la canzone di apertura dell’album oltre ad esserne il titolo, l’unico brano a contenere delle note di pianoforte – suonato da Drake stesso – che appaiono come leggeri ed impercettibili cerchi concentrici sulla superficie dell’acqua. Drake è capace di comunicare sia cupezza che speranza, con un testo enigmatico e riflessivo dalle molteplici interpretazioni e dagli altrettanti punti di vista. Come nel passaggio che secondo alcuni rappresenta una metafora per la grande consolatrice che prima o poi tutti dobbiamo affrontare “None of you stand so tall, Pink moon gonna get you all” (nessuno di voi starà così in alto, la luna rosa vi prenderà tutti).

Il resto del disco, seppur breve è delineato da un pessimismo cosmico, una rassegnazione insita nella sua persona, un consiglio  agli ascoltatori sullo stare in guardia dall’approssimazione, dall’alterigia e dall’opportunismo, piaghe della società che ha condannato in parte Drake al suo destino.

Il destino continua a prendere di mira Drake anche da morto, come se non avesse già sofferto abbastanza; nel 1999 difatti la Volkswagen sceglie Pink Moon per l’accompagnamento di una pubblicità televisiva sulla nuova Golf Cabrio, permettendo a Nick Drake di raggiungere una notorietà spropositata e facendogli vendere più copie dei suoi album da morto in un solo mese che in tutti i suoi 26 anni di vita.

L’artwork dell’album – che evoca il surrealismo di Dalì e Mirò – è stato realizzato dal partner della sorella di Drake tale Michael Trevithick.

Lou Reed – Transformer

Lou Reed - Transformer

Ci sono tre tipologie di reazioni che si possono avere pensando a Lou Reed: un profano esclamerebbe “Perfect Day!”; un meno-profano “Transformer!”; una persona più o meno preparata direbbe “il co-fondatore dei Velvet Underground!”; un ignorante direbbe “ghi è Lù Rìd nghééé?!”.

Bene ignorante, è il tuo giorno fortunato! Visto che oggi la pillola scelta dallo staff del sito (cioè me) è Transformer – ovvero l’album decisamente più commerciale e celebre di Lou Reed.

In questo caso è coadiuvato dal suo prezioso amico David Bowie – vero e proprio tuttofare in quegli anni – che fa da produttore e presta la propria voce come corista. Il Duca Bianco attuerà in questo caso una vera e propria opera di beneficenza nei confronti di un suo grande mito, quel Lou Reed che lo aveva fortemente ispirato con i Velvet Underground; qualche anno dopo ripeterà un’operazione simile con Iggy Pop, producendogli The Idiot. Bowie ha avuto la capacità di semplificare le sonorità di entrambi, consentendo di recuperare terreno commerciale dopo dei periodi poco fortunati.

Bando alle ciance e partiamo dall’origine di Transformer, che è un album estremamente orecchiabile e veloce da ascoltare, rivestito di glam e pieno di storie che lo rendono un narratore di favole perverse – Reed appare come l’Omero della New York grottesca di fine anni ‘60 e ‘70 – ma soprattutto segna il distacco netto dai Velvet Underground, creatura wharoliana di successo e influenza imponente.

Come già scritto per Hunky Dory, Transformer appare come un greatest hits, ricco di canzoni importanti, tra le quali spiccano: Perfect Day, Walk on the Wild Side, Satellite of Love e Vicious.

Perfect Day è l’inno alla semplicità per antonomasia. Brano arrangiato da Mick Ronson – chitarrista di Bowie, cardine dei The Spiders From Mars e co-produttore dell’album – è il resoconto di una giornata perfetta trascorsa da una coppia, le interpretazioni a riguardo sono essenzialmente due: la prima vuole che la canzone sia stata scritta da Lou Reed in preda alla nostalgia per i momenti trascorsi assieme ad una sua vecchia squinzia di nome Shelley Albin; l’altro punto di vista vuole che la canzone sia rivolta a Bettye Kronstadt, sua moglie dell’epoca sposata per cercare di stabilizzare la propria vita, matrimonio poi naufragato in un battito di ciglia – probabilmente per il cognome impronunciabile della dolce Bettye – che ha poi ispirato le storie narrateci in Berlin.

Walk on the Wild Side è la cronaca cruda e schietta della NY del periodo, quella Grande Mela della trasgressione più totale che aveva il proprio fulcro nella Factory di cui Reed faceva parte fino ad una manciata di anni prima. Ritroviamo perciò i protagonisti di quel momento come Joe Dallesandro, muso ispiratore di molti film di Andy Wharol (Little Joe, tra lui e Reed non scorreva buon sangue), l’attore Joe Campbell (Sugar Plum Fairy), Holly Woodlawn, Candy Darling e Jackie Curtis (rispettivamente Holly, Candy e Jackie, tre trans che bazzicavano gli ambienti wharoliani). Lou Reed riesce a trasportare con dovizia di particolari l’ascoltatore nella wild side, grazie anche ad un accompagnamento musicale ridotto al minimo con un suono del basso rotondo che carica di maggior significato il testo. Testo censurato dalle radio non tanto per via delle tematiche raccontate (come transessualità, sessualità e tossicodipendenza) bensì per il “doo doo-doo” associato alla frase “And the colored girl say” inteso dai perbenisti dell’epoca come un insulto razzista.

La parte di sassofono è stata eseguita da Ronnie Ross, musicista jazz ed insegnante di sax di Bowie durante la giovinezza (sassofonista anche nel brano di chiusura di Transformer ovvero Goodnight Ladies e nel White Album dei Beatles in Savoy Truffle).

Il leit motiv dell’album resta Andy Warhol, che come per Bowie è figura centrale ed essenziale per la carriera di Lou Reed. Facciamo perciò un salto indietro di 4 anni dalla pubblicazione di Transformer, siamo nel 1968, Valerie Solanas – frequentatrice abituale della Factory e femminista radicale, membro della S.C.U.M. – spara un colpo di pistola a Warhol attentando alla sua vita. Nonostante si pensi il peggio, Warhol sopravvive e da quel giorno ha una cicatrice sulla spalla a ricordargli quanto accaduto. Quella cicatrice viene omaggiata da Lou Reed in Andy’s Chest.

Anche per il brano di apertura – Vicious – c’è un simpatico aneddoto da riportare, nel quale Warhol mette il suo zampino rivolgendosi a Reed in questi termini “Hey, sacco di merda, perché non scrivi la canzone su di un violento?”, Luigi Giunco (vero nome di Lou Reed) gli risponde “ma che tipo di violento intendi di grazia?”, ed Andreino gli risponde “Oh, sciocchino, tipo io che ti colpisco con un fiore!”.

Dopo un momentino di imbarazzo, Reed si preoccupa unicamente di riportare fedelmente questa espressione rendendo celebre l’eccentricità di Warhol.

Proseguiamo rapidamente con Satellite of Love che è un brano magnifico, composto durante il periodo dei Velvet Underground anche se in versione più grossolana. Gran parte del merito per la scelta armonica si deve nuovamente al duo Ronson e Bowie che non sono sprovveduti e di musica ne capiscono veramente tanto.

New York Telephone Conversation è una perla di un minuto e mezzo che a mio avviso vale tutto l’album, forse è la canzone che più si avvicina alla musicalità del Bowie di Hunky Dory. Stesso discorso per Goodnight Ladies, una perfetta chiusura retrò che ben si sposa con la varietà sonora espressa in tutto l’album.

Per concludere, la copertina è frutto della capacità fotografica di Mick Rock che ritrae Lou Reed con colori contrastanti che lo fanno somigliare ad un Frankestein panda. In Italia il retro della copertina fu censurata per via di una foto con un tipo che aveva un erezione malcelata dai pantaloni.

David Bowie – Hunky Dory

David Bowie - Hunky Dory

Mai titolo è stato più azzeccato.

Hunky-Dory è un termine inglese che significa meraviglioso, soddisfacente o magnifico. Insomma un aggettivo che ben descrive la sensazione che si ha nell’ascoltare questo album, il quarto di David Bowie. Hunky Dory indica la consacrazione del Duca e l’inizio della scalata senza fine verso la leggenda. Come lui stesso ha ammesso “Hunky Dory è stata come una meravigliosa ondata. Suppongo mi abbia messo in condizione – per la prima volta nella mia carriera – di raggiungere un pubblico ampio. Intendo persone che venivano da me a dirmi ‘Bell’album, belle canzoni!’, qualcosa di mai accaduto sin lì. Ho cominciato a comunicare ciò che avrei voluto”.

Non stiamo parlando assolutamente di un disco innovativo, bensì di un piacevole incontro tra folk – un ritorno alle origini – e pop, ma soprattutto di un album che rappresenta il codice genetico della carriera musicale di Bowie.

Hunky Dory mette in evidenza una delle caratteristiche principali sulle quali David Jones ha basato la sua carriera: catturare i pregi e difetti musicali di altri artisti, portandoli al limite e migliorandoli. Dimostrando un’attenzione oculata verso il panorama musicale che lo ha circondato e senza precludersi sperimentazioni di ogni tipo.

Alla base di Hunky Dory vi è prima di tutto l’avvicendamento tra Tony Visconti – che in seguito diverrà il produttore storico di Bowie – e Ken Scott, in secondo luogo una band estremamente capace che dall’album successivo cambierà nome in The Spider From Mars.

L’album in sé, appare quasi come un greatest hits, comincia con quello che poi sarà un classico della discografia di Bowie, Changes, canzone che tratta il tema del cambiamento artistico – fulcro della carriera del Duca – e  nata come “una parodia buttata là di una canzone da Night Club“.

Hunky Dory prosegue con Oh! You Pretty Thing – una delle prime canzoni del disco ad essere registrata. Bowie si sveglia nel cuore della notte con un motivetto ben preciso in testa che deve fissare al pianoforte, ricorda a tratti la storia di Paul McCartney con Yesterday.

Scanzonata all’apparenza ma con diversi messaggi che hanno dato vita a numerosi dibattiti e a dietrologie sul credo politico di Bowie e sul suo stile di vita. Si è sempre pensato che il Duca avesse simpatie naziste, o comunque una discreta affinità con l’idea di una razza superiore. Tale tesi è rafforzata dai riferimenti al pensiero di Nietzsche, in particolar modo in Oh! You Pretty Thing si fa riferimento al concetto di übermensch –  l’oltreuomo – una sorta di evoluzione dell’uomo capace di superare i propri limiti e legittimare la propria superiorità imponendosi sulla società.* L’homo superior si riferisce con molta probabilità alle nuove generazioni, bombardate dai media e capaci – secondo Bowie – di sviluppare anticorpi emotivi.

Oltre a Nietzsche c’è un altro pallino di Bowie nascosto in questa canzone, quello di Alister Crowley e dell’occultismo; un file rouge che attraversa la carriera del cantautore in tutta la sua interezza, sino a Black Star.

Altre curiosità sono legate a Life On Mars?, difatti leggenda vuole che fosse ispirata a My Way. My Way è una canzone dalla genesi complessa, Claude François nel 1967 scrisse la canzone Comme d’Habitude – fece il boom e venne chiesto a Bowie di adattarne il testo nell’anno seguente. Prende così forma Even a Fool Learns to Love, un titolo a posteriori definito cafone dallo stesso Bowie. Fatto sta, che alla fine della giostra l’adattamento del testo scelto è quello scritto da Paul Anka, reso poi celebre dall’interpretazione di Frank Sinatra. Dalle ceneri di quell’esperienza e da quel giro d’accordi Bowie tira fuori Life On Mars?, una canzone zeppa di riferimenti pop e glam, uno zapping alla Warhol. Life On Mars? È l’esaltazione del bombardamento mediatico al quale è sottoposto l’homo superior, la celebrazione di un mondo che sta sempre più diventando di plastica, ma soprattutto della fetta di celebrità che ognuno di noi avrà per 15 minuti.

Warhol che viene celebrato nell’omonima Andy Warhol, un brano reso celebre dalla trama delle chitarre ancor prima del testo. C’è un curioso aneddoto legato a Bowie e Warhol, un incontro  presso la Factory nel quale il Duca cercò di impressionare – facendo il mimo – l’artista cecoslovacco che però rimase più che freddo di fronte allo spettacolino messo in atto da Bowie. Nonostante la “bocciatura” subita, Bowie non smetterà di vedere in Warhol una delle figure più ispiranti della propria carriera.

I riferimenti pop non finiscono con Warhol e Life On Mars? Ma proseguono con Song for Bob Dylan, l’omaggio che Bowie rende al cantautore di Duluth è una parodia della canzone Song for Woody, brano composto da Dylan per Woody Guthrie.

Gli aneddoti sono infiniti e sarebbe più consono scrivere un libro piuttosto che un breve articolo a riguardo, mi limito però a chiudere con Queen Bitch, il brano dedicato da Bowie all’amico Lou Reed – anche nello stile il Duca attinge a piene mani dalla scrittura “urbana” tipica di Lou Reed (Queen nel gergo newyorkese sta a significare “omosessualità”). Possiamo considerare questo brano come un assaggio di ciò che andiamo a trovare un anno dopo in Transformer.

In Queen Bitch si parla anche di Flo & Eddie, i fondatori di The Turtles, ex membri dei Mothers Of Invention di Zappa e supporto di Marc Bolan con i T.Rex.

La cover dell’album trae ispirazione da una foto di Marlen Dietrich che Bowie portò con se durante il servizio fotografico. Giusto a suggellare tutti i riferimenti pop presenti nell’album, Hunky Dory è la fotografia di un mondo e la previsione di dove quel mondo finirà di lì a breve.

 

*Mi limito semplicemente a riportare una interpretazione estremizzata del pensiero di Nietzsche, da parte di alcuni studiosi, che naturalmente non può essere sintetizzata in poche righe. Ci sono numerose interpretazione sulle parole di , ma naturalmente non essendo una pagina dedicata alla filosofia mi limito ad invitare chi fosse interessato ad approfondire l’argomento.

Bruce Springsteen – Nebraska

Bruce Springsteen - Nebraska

Springsteen incasella una nuova pietra nel selciato della leggenda musicale e lo fa nel modo più anticonvenzionale. Dopo aver consolidato il proprio stile – ed aver presentato un’opera omnia con The River  – fa una scelta in controtendenza, si torna alle radici, non solo le proprie (con Guthrie e Seeger come influenze principali), soprattutto nelle radici dell’America del ‘900, quell’America descritta minuziosamente da Steinbeck nelle proprie opere. Steinbeck e Springsteen, l’ispirazione è palese – tanto da registrare The Ghost of Tom Joad nel 1994 – e il boss sembra ricreare e mettere in musica quelle atmosfere rurali descritte da Steinbeck.

Bruce tira fuori il suo lato più scuro in questo album, apparendo rispetto al passato a tratti senza speranza ed inducendo molti a pensare che il disco fosse stato concepito in un periodo di depressione.

Il fascino di Nebraska è direttamente proporzionale alla leggenda che accompagna la nascita dell’album: demo sparse su un Portastudio (un registratore portatile a 4 tracce sulle quali era possibile registrare direttamente su musicassetta) destinate alla E-street band. La E-street band non è stata capace di riprodurre le sonorità e le sensazioni genuine e caserecce di cui sono pregne le tracce registrate, il tutto viene complicato dal volume di registrazione troppo basso che non consente un intervento all’altezza da parte della band. Nebraska vede la luce come è nato, con delle demo.

“Stavo facendo canzoni per il prossimo album rock, e ho pensato che ciò che mi ha tenuto sempre per lunghi periodi in studio è stata la scrittura. Sarei stato lì, e non avrei avuto abbastanza materiale scritto o qualitativamente decente, perciò avrei registrato per un mese, fatto un paio di canzoni, sarei tornato a casa per scrivere ancora e avrei registrato un altro mese… insomma non sarebbe stato il massimo. Perciò questa volta ho preso un piccolo registratore a 4 tracce, e mi sono detto ‘registrerò queste canzoni, e se mi sembreranno buone le terrò e le porterò alla band‘. Potevo cantare e suonare la chitarra, le altre due tracce le avrei tenute per sovraincisioni di chitarra o per l’armonica. Sarebbe stata solo una demo. Avevo con me un piccolo Echoplex che mi ha aiutato a mixare il tutto. E fu il nastro che divenne disco. Fu fantastico perché mi portai la cassetta praticamente ovunque per qualche settimana, senza alcuna custodia. Fin quando ho realizzato ‘Oh! Ecco l’album!’.”

La title track è una murder ballad – così come Jhonny 99 – nella quale Springsteen canta in prima persona le vicende di Charles Starkweather che nel 1958 si macchiò dell’omicidio di 11 persone nel giro di 8 giorni. L’ispirazione per questa canzone venne direttamente dal film La Rabbia Giovane di Terence Malick, con protagonista un giovane Martin Sheen. Bruce si è documentato profondamente sulla storia di Starkweather, concedendosi però una licenza poetica marcata… nonostante ciò la maggiorparte della canzone tiene conto di eventi realmente accaduti.

A Nebraska fa seguito Atlantic City, probabilmente la canzone più conosciuta proveniente da questo album.  Atlantic City racconta una storia d’amore con nello sfondo le vicende mafiose che attanagliano la Filadelfia di quel periodo, citando nello specifico anche l’assassinio del boss mafioso Phil Testa eliminato – da una dose massiccia di esplosivo che ha fatto saltare in aria la sua casa – durante la cosiddetta Mafia War. Da questa canzone è tratto il primo videoclip di Springsteen, girato in un giorno con una camera car.

Nebraska è quindi essenza americana, cantautorato puro, un modo di raccontare le storie che Springsteen riporta in auge con naturalità. Possiamo definire Nebraska il progenitore di Into The Wild di Eddie Vedder per la ricerca di un sound viscerale e senza sovrastrutture, meno sicuramente per le tematiche trattate. Per questo motivo è errato giudicare e liquidare l’album come folk, sarebbe ingeneroso e al tempo stesso vorrebbe dire non aver compreso Nebraska.

Questo album è essenza pura e ce lo fa capire lo stesso Springsteen con queste parole: “State Trooper è il genere di cose che fanno i Suicide con sintetizzatore e voce”

Bruce Springsteen – The River

Bruce Springsteen - The River

“We’d go down to the river / And into the river we’d dive / Oh down to the river we’d ride”

Quando ascolto The River, non posso fare a meno di pensare a quell’attacco con l’armonica – che sa tanto di America profonda e che ritroviamo due anni dopo in Nebraska – e al suo ritornello. Entra dentro come gran parte delle canzoni di zio Bruce e lo fa in quanto – a differenza dei suoi precedenti lavori – è molto autobiografico e tutti i brani sono estremamente personali. The River è ispirata alla storia di sua sorella Ginny – incinta all’età di 17 anni – e del proprio cognato Micky. Viene considerata una canzone di speranza, un inno ad essere positivi anche quando le cose non vanno per il verso giusto.

The River è una registrazione che ha tracciato la via per molte delle canzoni scritte da lì in poi. E’ stato registrato dopo Darkness On The Edge of Town. E’ stato registrato durante un periodo di recessione. La title-track è una canzone che ho scritto per mio cognato e mia sorella. All’epoca mio cognato lavorava nell’industria edile, perse il lavoro e dovette fare tanti sacrifici, così come la gente fa oggi.”

The River originariamente era un album di 10 brani chiamato The Ties That Bind – il brioso (esclusivamente nel ritmo) brano di apertura di The River stesso – il naturale seguito di Darkness On The Edge Of Town.

The Ties That Bind, Ramrod, Independence Day, Point Blank, Sherry Darling, sono brani esclusi proprio dall’ultimo album e ripescati per questo quinto album del boss.

Ma cosa c’è dietro la scelta di farlo diventare un doppio album? La necessità di trovare un legame, una coerenza tra le registrazioni. Il risultato è estremamente dilatato rispetto all’originale, ma si dimostra una scelta corretta – riesce inoltre a gettare le basi di Nebraska, album in controtendenza con quanto fatto sin lì da Springsteen. Si può perciò affermare che la grandezza di The River è nelle sue molteplici sfaccettature e nella capacità di svariare tra più generi tutti in un unico album come a dimostrare il suo repertorio dalla A alla Z.

Si ritorna in studio per altro materiale, The River prende forma con delle canzoni più “scure” – scritte successivamente alla title-track – creando un’alchimia decisamente bizzarra nel quale il tono alto e solenne si mescola al futile. Lo stesso Springsteen spiega l’ossimoro che caratterizza The River con queste parole:

“Il Rock and Roll è sempre stata gioia, quella felicità che a suo modo è la cosa più bella nella vita. Ma il rock è anche durezza, freddezza ed essere soli… finalmente sono ad un punto della vita nel quale ho raggiunto la consapevolezza che la vita abbia dei paradossi e ognuno di noi deve convivere con loro”.

Il boss scrive una delle pagine più importanti della sua carriera,  consolidando con forza quanto fatto soprattutto con Born To Run e Darkness On The Edge Of Town, dimostrando la sua capacità di cantare della gente, di far parte di loro, diventando di fatto il “cantante-operaio” per eccellenza. Questa capacità riuscirà a trascinarla nel palco grazie alla E-street band e alla sua carica dirompente.

Ne viene fuori un disco coeso, con numerose hit che diverranno cavalli di battaglia nei monumentali live del boss, come ad esempio Hungry Heart. Non tutti sanno che in origine fu pensata e scritta per i Ramones. Joey Ramone e Springsteen si incontrarono nel New Jersey, con il parruccone punk che chiese a Bruce di scrivere una canzone per la sua band. Nella notte il boss compone Hungry Heart, ma il suo managerJon Landau – memore di quanto accaduto con Because The Night (regalata a Patti Smith) chiese a Springsteen di tenerla per se. L’intuizione si è rivelata giusta, in quanto Hungry Heart è stato il singolo di maggior successo di Bruce – da lì sino a Dancing in The Dark – ricevendo numerosi apprezzamenti tra i quali quello di John Lennon nel giorno della propria morte.

 

Jeff Buckley – Grace

Jeff Buckley - Grace

Quando si è giovani, belli e baciati dalla dea della musica ti puoi sentire invincibile, puoi perdere contatto con la realtà e dimenticare la tua condizione di mortale. Probabilmente Jeff Buckley non è stato sfiorato da questo, con l’esempio di un padre distrutto dall’abuso di droga, Jeff è stato uno dei pochi casi in cui il figlio è riuscito a “sopravvivere” alla fama del padre.

“La sua sola influenza è quella della sua assenza”, dirà di lui. Forse questa frase – che nasconde un velo di delusione – spiega come Jeffrey Scott sia riuscito a percorrere il proprio sentiero – nonostante il fardello di un cognome pesante – regalandoci a modo sue forti emozioni come fece Tim Buckley.

Entrambi sono stati strappati troppo presto dal destino che li ha relegati nell’Olimpo della musica, privandoci della loro presenza e del loro carisma artistico. Nonostante il loro passaggio sia stato tanto breve quanto intenso. Ma si sa che muore giovane chi è caro agli dei.

Grace – considerando l’anno in cui è concepito – risulta un disco prettamente anacronistico con un sound ibrido e fuori dal contesto storico in cui si trovava; forse il termine esatto è senza tempo. Il fulcro di Grace risiede nella voce di Jeff, cristallina ed espressa al massimo all’interno del disco, oltre che nella capacità di elaborare le proprie influenze attraverso uno stile personale e distaccato.

Grace è un lavoro soggetto ad un periodo discretamente lungo di lavorazione, dove è stata data carta bianca a Jeff Buckley. La pubblicazione è slittata più volte a causa dell’incapacità di Jeff nel finalizzare i brani; la spinta per concluderlo proviene dalla morte del padre di Rebecca Moore (sua compagna durante il periodo della registrazione). La stessa Moore è stata una figura centrale e d’ispirazione per brani quali Grace, So Real, Last Goodbye e Forget Her (canzone scritta successivamente alla conclusione della storia con la stessa Moore).

La ricezione del mercato musicale non è stata delle migliori, ma progressivamente Grace è cresciuto, diventando un disco di culto da possedere nei propri scaffali. La celebrità è conseguenza soprattutto della reinterpretazione di Hallelujah di Leonard Cohen, resa più più più …. non ho un aggettivo adatto per esprimere l’apporto di Buckley… diciamo resa PIU’ e basta.

La bravura di Jeff è stata quella di rendere immortale un brano immortale di suo, cantando Cohen senza scimmiottarlo, rispettandolo ma imponendo la propria impronta. Così ha ridato la vita ad Hallelujah.

Si dice che lo stesso Cohen abbia affermato:

‘I wrote the lyrics, but it is definitely a Buckley song’

Last Goodbye è il singolo di maggior successo, nel quale ci viene raccontata una storia d’amore giunta alla conclusione nella quale però manca la rassegnazione, in quanto è l’amore che se ne va, non la persona amata. In principio, come rivelato da Mary Guibert (madre di Jeff) – alla quale è stata spedita la cassetta della demo dallo stesso Buckley durante la sessione di registrazione – il titolo doveva essere Unforgiven

Altro singolo estratto dall’album è So Real. Una canzone scritta all’ultimo minuto – registrata alle 3 del mattino – una interpretazione perfetta, ad album pressoché terminato. So Real è andata a sostituire Forget Her. Anche in questo caso la tematica dominante è l’amore contrastante e contraddittorio (Ti amo, ma ho paura di amarti) sempre con riferimento alla storia con la Moore. Il videoclip è stato seguito in prima persona dallo stesso Jeff Buckley che ha affiancato la regista Sophie Muller.