Townes Van Zandt – Townes Van Zandt

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Allora… che cazzo di nome è Townes? Me lo sono sempre chiesto, naturalmente non ho avuto una risposta alla mia domanda, fino a quando ho capito che era un semplice cognome usato a mo’ di nome d’arte. C’è da dire sicuramente che è la prima cosa che mi ha attratto, così strano da sembrare simile a quello di un personaggio letterario di Steinbeck.

Di sicuro Townes ha tutte le carte in regola per rientrare nella cerchia dei bravi ragazzi: cocainomane, alcoolizzato, schivo ed ispirato, oltre che morto, condizione necessaria perché un musicista piaccia alle generazioni di oggi e agli hipster di turno disposti a comprarsi tutta la discografia in comodi vinili da ascoltare in giro.

Oltre a una buona dose di Texas e all’aria resa frizzantina dalla sedia elettrica, ciò che si denota da quest’album è la semplicità, la volontà di raccontare delle storie in maniera schietta, nel più classico del cantautorato, senza scadere nella marmellata di merda che è il Country stereotipato che tanto piace ai redneck. La raffinatezza non viene data dalla pennata e contro-pennata di Townes, bensì da armonie e canzoni che ammiccano al Bob Dylan anni ’60 (come nel capolavoro Fare Thee Whell, Miss Carousel).

L’album in questione racchiude vecchi successi presenti nel primo lavoro dell’artista – agghindati e lustrati a dovere per l’occasione – mescolati con altri brani che riescono nell’intento di non far apparire pesci fuor d’acqua le composizioni passate.

Personalmente la mia attenzione cade su Lungs, come molte delle canzoni di Van Zandt il significato risulta poco chiaro, non tanto nel testo, quanto nell’interpretazione che gli si vuol dare. Lungs viene riconosciuto da molti come un brano autobiografico, l’origine di questa supposizione è ricondotta alla cura contro la schizofrenia al quale fu sottoposto il buon caro John Townes ad inizio anni ’60. La così detta ICT (insulin-coma-therapy) ha creato in lui dei buchi di memoria e una cicatrice che sicuramente lo ha portato a cadere continuamente nel baratro dei vizi sino alla sua fine.

Uno degli effetti principali della ICT – oltre agli spasmi – è la difficoltà nel respirare. Probabilmente Townes, ha provato a descrivere quella sensazione di disagio provata durante le cure, perciò “won’t you lend your lungs to me? Mine are collapsing” risulta essere una richiesta di aiuto, e ancora “Breath I’ll take, breath I’ll give/ Pray the day ain’t poison” è la conferma di quanto la condizione fisica del cantautore fosse provata da una cura distruttiva e screditata col passare degli anni.

Quello che a mio avviso vale la pena sottolineare di questa canzone è quanto inizialmente venga mostrato il deterioramento fisico, quindi con una concezione terrena e oggettiva del mondo per poi crescere mano a mano, in una ricerca del senso dell’universo, della morale con metafore mistiche. “Fill the sky with screams and cries”, si riferisce all’urlo che rimane strozzato in gola al giovane Townes, che tenta di sfogarsi contro la tortura silenziosa del coma indotto.

A tal proposito Lyle Lovett  – che assieme a Steve Earle rese omaggio cantando Lungs al concerto tributo – ha detto: “Townes mi disse ‘Questa canzone deve essere urlata, non cantata”.

E’ difficile esprimersi con certezza riguardo l’origine della canzone, ma sicuramente questa è una delle chiavi di lettura interessante e verosimile. Perché soffermarsi su Lungs e non parlare del resto del disco? Perché come per ogni cantautore che si rispetti tutti i brani andrebbero approfonditi, studiati e allora questo sito non si chiamerebbe più Pillole Musicali 8 bit, ma Analisi del testo 8 bit. Lungs è a mio avviso il brano più rappresentativo dell’album per capire chi fosse Townes ed il suo modo di scrivere le canzoni, sapere cosa c’è dietro è molto utile per apprezzare il resto del disco, senza dover utilizzare altre parole.

Van Morrison – Astral Weeks

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L’origine delle settimane astrali risiede in un lavoro di rottura con lo stile passato.

Morire per nascere, guardare sé stessi dall’alto, in maniera distaccata, riuscendo ad imprimere uno stile di scrittura desueto e finora mai approcciato. Stile che ha instillato il dubbio di una disputa tra chi fosse il miglior songwriter tra Dylan e Pulmino Van Morrison, si deve sempre trovare il migliore in tutto, un tempo queste dispute vedevano contendenti di un livello eccelso, oggi ci accontentiamo di gente come Mannarino e altra gente che sinceramente non capisco come siano riusciti a farsi notare.

Tornando a Van Morrison, questo è un album che è piaciuto una cifra anche al mitico capisciotto di nome Scaruffi oltre che a Lester Bangs. Perciò se non avessi parlato affatto sarei stato proprio uno stronzo.

Comunqueeee! Se voi cercaste in giro qualche chicca o recinzione inerente a quest’album trovereste sempre le stesse pugnette trite e ritrite di gente che dice “ma si bello bello… la title-track si bella… molto free jazz…. Molto molto bello… insomma dovete averlo blablabla” fatto sta che nessuno vi spiega perché questo album è da avere.

Se non preparate il terreno è un martello dritto dritto sui coglioni, voglio evitare questa sensazione. Astral Weeks è la ri-nascita artitstica di Van Morrison, per questo lo dovete sentire, perché se conoscevate solo Brown-Eyed Girl siete rimasti legati ad un cazzo di nulla di quello che ha fatto. Sentite Astral Weeks e poi potete continuare con Moondance, entrate nel microcosmo che ha intessuto sapientemente per voi Van Morrison, nella trama e nell’ordito della sua tela musicale di 46 minuti riuscirete a respirare ogni singolo attimo di poesia.

Il concetto di Astral Weeks è centrale – è il fulcro dell’album – e nasce a Belfast nel 1966 quando lo stesso George Ivan vede il dipinto della pittrice Cezil McCartney che aveva rappresentato una proiezione astrale. Fulminante l’idea piomba nella testa del cantautore che ne vede un segno: “[…] ricordo di aver letto come sia necessario morire per nascere. E’ una di quelle canzoni in cui puoi vedere la luce in fondo al tunnel e fondamentalmente è di questo che parla la canzone”.

Una rincorsa alla nuova vita nella speranza che porti dei benefici raggiungere una condizione ideale, lasciare il proprio corpo per osservarlo dall’esterno in maniera cosciente ma distante, una rinascita per abbandonare un fardello e non subirne più il peso. La spiritualità legata a doppio filo alla materialità rappresentata dalla donna in Astral Weeks, come a dire, a figa mi è andata male, provo a fuggire con un viaggio astrale. Troppo facile Van!

Dalle Settimane Astrali alla Ballerina, è in linea con quanto descritto prima, fuggo da questa realtà ma tanto sotto sotto alla figa ancora penso, e Ballerina naturalmente si riferisce alla sua futura moglie. Un crescendo soffice, vaporoso come la nuvola di capelli presente sul capo di George all’epoca, un vero esempio di canzone d’amore.

Van Morrison con Astral Weeks offre una delle più importanti lezioni di vita a tutti noi, come un padre premuroso, come un principe Adam degli anni sessanta (in anticipo di più di dieci anni rispetto a He-Man e i Dominatori dell’Universo), trasmette la morale del disco: anche se sei brutto, olio di gomito e canzoni ben assestate e ti trombi chiunque (vedere alla voce Max Pezzali).

David Crosby – If I Could Only Remember My Name

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Il bonaccione dal folto baffo e dalla panza consistente ha dato fondo a tutta la sua ispirazione e a tutte le sue conoscenze per creare questo gioiellino generazionale. Sicuramente il titolo dell’album ci porta a riflettere seriamente sull’Alzheimer e sul fatto che uno si può dimenticare come si chiami e non ricordarlo per giorni, o periodi lunghissimi. Sensibile riguardo simili tematiche ed impaurito dalla possibile configurazione di tale scenario, Crosby chiama a sé tanti amichetti importanti – per registrare questo lavoro – affinché gli tengano la mano durante le sessioni e lo rassicurino sulla sua reale identità.

Questo preambolo serve a farvi capire che questo album è tutt’altro che insipido e privo di senso: si va dagli amici e colleghi Nash fottiMitchell e Young, a Joni Mitchell (ex fidanzata anche di Crosby), dai Jefferson Airplane ai Grateful Dead (Jerry Garcia torna a collaborare con Crosby dopo averlo fatto con i CSNY in Déjà vu).

Come gran parte delle opere classiche, quest’album ottiene giusto riconoscimento dopo molti anni, quando viene compresa la reale dimensione, quando si riesce a misurare la portata dei temi trattati e la sensibilità artistica con la quale sono stati affrontati ed il periodo storico nel quale sono stati cantati. Una investitura inusuale viene dall’Osservatore Romano, che nel 2010 offre ulteriore visibilità a questo grande classico quasi dimenticato dalle nuove generazioni, facendolo rientrare all’interno della top10 degli album pop di tutti i tempi.

If I Could Only Remember My Name riesce nell’intento di descrivere il sound della West-Coast, influenzando molti gruppi a venire e celebrando un funerale hippie che consacra un periodo ormai avviato verso il viale del tramonto (come dimostra la stessa copertina che ci sbatte davanti un tramonto, con sotto lo sguardo languido di cicciopanzo, che ha l’occhietto umido).

Crosby è stata l’anima più fricchinicchi dei CSNY – tanto hippie da commuoversi durante la registrazione di Ohio – ed è quello che più di tutti ha rappresentato fisicamente l’essere fricchinicchi. E’ per tale motivo che questo disco è così sacro ed intimo. Certo… anche un abuso abbastanza corposo di troche ha influito nel sound psichedelicofricchinicchio, ma fortunatamente la presenza dei santi in terra come Jorma Kaukonen e Jerry Garcia (senza contare il resto dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane) hanno sicuramente posto un freno a Crosby, limitandone l’uso delle droghe.

Aldilà di tutto, David Crosby ha il merito di aver creato un palliativo auditivo che concilia i sensi con tutto ciò che ci circonda, consigliarlo è un obbligo morale.

Linda Perhacs – Parallelograms

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Linda è una delle scoperte più piacevoli che potessi fare negli ultimi anni di ascolti, una equilibrista borderline ora un po’ Joni Mitchell e ora un po’ Vashti Bunyan passando però per Grace Slick. Di ognuna ricorda timbrica, composizioni, la carica ed il fascino. Nella lisergia e nel misticismo può essere messa in parallelo(gram) a Pink Floyd barrettiani e al Tim Buckley Lorchiano.

Da molti è stata bollata con troppa fretta come una copia sbagliata di Joni Mitchell, recidendone probabilmente le speranze di una carriera che avrebbe potuto offrire ulteriori spunti musicali. In comune con la sweet Joni ha – oltre all’aver vissuto nel Topanga Canyon – anche il canto da usignolo, una voce da sirena ed una versatilità riscontrabile in Parallelograms.

Questo disco va ad inserirsi all’interno di un disegno più grande, fa parte del mosaico raccontatoci in If I Could Only Remember My Name da David Crosby, divenendo un’opera imprescindibile nello psych-folk, fonte di ispirazioni per le generazioni successive. La vita è stata strana ma generosa con la Perhacs, donandole un intreccio curioso, il suo lavoro da igienista dentale fu interrotto quando le venne offerta da Leonard Rosenman – pluri-premiato compositore – l’occasione di pubblicare le proprie canzoni scritte durante il tempo libero.

Le registrazioni dell’album filarono lisce, Rosenman curò le registrazioni, gli effetti elettronici e gli arrangiamenti assieme alla stessa Linda, ma quando ella ascoltò l’acetato ne fu colpita negativamente, in quanto il prodotto finale era tutt’altro che soddisfacente o in linea con quanto da lei ipotizzato. La Kapp Production fu del tutto scoraggiata dal diffondere l’album, giudicandolo poco fruibile.

Il fallimento nella commercializzazione e la produzione deficitaria dell’album, la ricondusse al suo lavoro originale, sino a che non è stata riscoperta negli ultimi anni da alcuni artisti contemporanei (come Devendra Banhart e Julia Holter), che l’hanno guidata alla registrazione di un nuovo album (praticamente quanto accaduto alla Bunyan). L’ascendente della Perhacs sulla maggioranza della gioventù musicale è palese tanto da farci capire quanto – artisti meno talentuosi – siano in grado di raccogliere i frutti seminati decadi fa da artisti complessivamente più dotati ed ispirati.

E’ inutile che io mi dilunghi sull’intensità ed i significati presenti nel disco, sono veramente molteplici e non sono sicuro vi coinvolgano quanto invece accade con me, ma è giusto ascoltiate quest’album e che lo approfondiate a dovere, perché come tutte le pietre miliari fa parte del patrimonio di tutti e di ciò che ascoltiamo ogni giorno.

Questa è proprio una pillola musicale nel vero senso della parola, e fa parte dell’appuntamento mensile dei dischi poco conosciuti e consigliati da Pillole Musicali 8 bit. L’intento è chiaro, cercare di tediarvi il meno possibile con articoli lunghi cercando di portare alla vostra attenzione un grande disco ed una grande artista.

John Martyn – Solid Air

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Successo = Bravura

Talvolta questa equazione non è rispettata, perciò avviene un processo di rivalutazione dell’artista dopo tempi biblici, guardando indietro è possibile stabilire con certezza l’impatto storico che una data persona ha fornito in un dato momento. Molti sono i casi, come ad esempio Tim Buckley o Nick Drake, Vashti Bunyan, John Martyn. Non è stata la casualità a guidare la mia scelta, ho citato scientemente gli artisti in questione perché sono legati in qualche modo.

Un punto in comune è l’etichetta discografica, Island Records, che si è ritrovata tra le mani nella stessa scuderia e nel medesimo periodo Nick Drake e John Martyn. Per il primo è risaputo che il successo è arrivato più o meno 20 anni dopo dalla morte, per il secondo il discorso è diverso, in quanto la sperimentazione – seppur graduale – dei primi (capo)lavori è stata rivalutata durante gli anni ’80, quando Martyn ha intrapreso un percorso maggiormente pop con collaborazioni accessibili ai più.

Con Nick Drake e Vashti Bunyan condivide Joe Boyd che successivamente additerà come una delle cause del fallimento del suo matrimonio.

Con Tim Buckley c’è una rassomiglianza, in parte, nell’impromptu vocale (seppur più votato al soul e al bofonchiamento) e la contaminazione, mentre da Drake attinge la capacità nel creare ambienti musicali soffusi e confidenziali. Martyn appare come un punto di incontro tra i due cantautori.

Drake è un personaggio fondamentale nella carriera di Martyn, difatti oltre a esserne stato uno dei suoi migliori amici e anche uno dei pochi ad averne compreso l’animo tormentato; a lui è dedicata la title-track che inaugura l’album. La rappresentazione di Nick Drake è precisa in tutte le sue paure e prodroma di ciò che sarebbe accaduto 18 mesi dopo la pubblicazione. L’idea che ci trasmette è quella di una disperazione nell’aver compreso che la depressione sta trascinando a fondo il suo amico e la piena coscienza che ogni intervento è ormai inutile, una sorta di epifania anticipata già in Pink Moon l’anno precedente dallo stesso Drake.

A tal proposito John Martyn ha dichiarato abbastanza ermeticamente (come ha sempre fatto quando gli è stato chiesto di Drake): “E’ stata composta per un mio amico, ed è stata fatta senza nessuna motivazione e sono contento di ciò, per vari motivi. Ha un solo messaggio, ma dovrai capirlo da solo”.

Il titolo Solid Air, diede a pensare in principio all’Aerogel [una sorta di schiuma solida, che non sto a spiegarvi perché lo farei male… informatevi voi che è meglio ndr] ma ci sono dei dibattiti che non lasciano comprendere bene a cosa si riferisca quest’aria solida, probabilmente Martyn intendeva una barriera che lascia intravedere la persona cara in difficoltà ma che al tempo stesso non consente ogni sorta di azione per salvarla.

L’album è il prodotto di una cooperativa più che valida, che vede i prodi Fairport Convention (Nicol, Pegg, Mattacks e l’ormai ex Richard Thompson), aiutare nella registrazione Martyn in appena 8 giorni di lavoro, consentendogli delle improvvisazioni che lo fanno riuscire nell’intento di rendere ancora più credibile – e maturo – il percorso intrapreso da alcuni anni di fusione tra folk-jazz-soul (ancor prima di Joni Mitchell).

Vashti Bunyan – Just Another Diamond Day

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Come una ninfa che con la sua voce flebile – e a tratti spettrale – ammalia chi ha intorno, ma pochi ne scorgono la presenza. Ciò che mi fa associare Vashti Bunyan ad una figura leggendaria, non è solo il nome che viaggia tra letteratura e realtà (sembra provenire direttamente dal ciclo di Shannara), ma anche il suo passaggio completamente in sordina. Ha fatto quasi scivolare la sua presenza evanescente nella scena e nell’industria musicale, contribuendo a creare così prima il mito e poi la leggenda.

Realtà o finzione? A sostenere la diatriba ci sono quegli arrangiamenti alla Nick Drake di Five Leaves Left e Bryter Layter (è lo stesso produttore di Drake, Robert Kirby, ad orchestrare tutto) che rendono la produzione della Bunyan ancora più effimera ed evanescente.

La nascita di Just Another Diamond Day è molto curiosa e frutto di una serie di casualità. Dopo una serie di apparizioni nel mondo musicale senza ricevere un ritorno degno di nota, come in molte occasioni, il viaggio diventa fonte di ispirazione per la stesura dell’album di Vashti. Donovan – amico del ragazzo della Bunyan – invita il compagno della cantautrice nella sua comune fricchinicchi sull’isola di Skye. La Bunyan accoglie positivamente l’idea di seguire la sua dolce metà in questo viaggio – forse lui l’ha anche intortata facendole credere che fosse uno Smartbox deluxe (ahhh che bello quando la ggente credeva ancora negli smartbox) – fatto sta che l’idea di mollare di colpo la realtà Londinese, basata sull’apparenza, rappresentava uno strappo nei confronti dei rifiuti ricevuti e di quel mondo che non l’aveva compresa a pieno.

Essendo in toto uno Smartbox, nel pacchetto sono incluse 100 sterline omaggiate da Donovan che serviranno ad acquistare una carrozza ed un cavallo. Si parte all’avventura: lei, lui, il cavallo ed il loro fido cane. Da qui nasce anche la rappresentazione bucolica presente nella cover dell’album, dove sono ritratti i protagonisti di questo viaggio nelle Lowlands e Highlands scozzesi, scenari che consolidano l’idea di Vashti come creatura leggendaria.

Dopo un anno di cazzeggio per strada vagabondando con una carrozza, la nostra Fantabestia ed i suoi fidi accompagnatori (diciamo che il suo essere raminga in giro con un cane ha reso Vashti una antesignana dei Punkabbestia, ed essendo una signorina fantasiosa lei è la variante Fantabestia) raggiungono l’isola senza trovare nessuno.

Nel frattempo i fricchinicchi hanno abbandonato l’utopia della comune. Ma come nei migliori racconti c’è sempre un lato positivo, il viaggio è come nuova linfa che scorre nelle vene artistiche della Bunyan, ora osserva con occhi nuovi ciò che la circonda cambiando le tematiche delle sue canzoni. Inoltre nel viaggio di ritorno, la ragazza, si imbatte in Re Mida Joe Boyd (produttore di Nick Drake e John Martyn) che si offre di lavorare sulle composizione create durante il viaggio di Vashti, offrendole una superband di supporto formata da membri degli Incredible String Quartet (Williamson) e Fairport Convention (Nicol & Swarbrick), band prodotte da Boyd. La collaborazione di Boyd e Kirby offre quell’atmosfera sopita e soffice tipica di Drake e presente nella registrazione di Just Another Diamond Day, conferendo alla Bunyan un’aura a tratti funerea.

Stessa aura che a confronto delle modalità frichinicchi-psichedeliche-drogaddicted impresse al mercato in quegli anni, relega nell’alveo l’opera prima della Bunyan spingendola a ritirarsi dal mondo musicale per 35 anni, sino alla riscoperta e alla rivalutazione commerciale avvenuta in tempi recenti.

David Bowie – Blackstar ★

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Dove eravate quando è morto David Bowie?

Parafrasando articoli e riflessioni più auterevoli della mia, credo sia giusto porsi di nuovo la domanda: dove eravate?

Si perché nessuno si sarebbe mai aspettato di dare l’addio al Duca Bianco poco dopo la sortita del nuovo album, così scuro e così criptico. Nessuno avrebbe mai pensato che dopo aver flirtato con la morte – abusando di droghe negli anni ’70 – sarebbe potuto poi accadere veramente, insomma… nell’immaginario collettivo si era ormai diffusa la credenza che fosse immortale, un punto irremovibile nel marasma del cambiamento attorno a noi. E allora un evento così non può non sconvolgerti visceralmente, e quando vieni a saperlo non puoi non ricordare dove ti trovavi e con chi stavi. Un po’ come per la faccenda delle Torri Gemelle, sono cose che non dimentichi, momenti che non sei capace di capire.

Avvisaglie ne avevamo avute con il precedente album The Next Day, nostalgico il tanto che basta per non passare inosservato, e poi Blackstar registrato con quel flato di voce ai limiti dell’udibile. Come in ‘Tis A Pity She Was A Whore, la canzone – ispirata da una lettura, come già avvenuto sovente in passato – trae origine da una tragedia di John Ford del 17esimo secolo al quale Bowie ha aggiunto una struttura musicale con vertiginosi saliscendi di trombe, tanto da affermare che “se i Vorticisti avessero scritto una canzone rock avrebbe suonato così”.

Fortemente ispirato dall’album di Kendrik Lamar (che consiglio tantissimissimo)- To Pimp a Butterfly Blackstar assume una connotazione fuori dall’ordinario, perché a 39 anni di distanza Bowie si mette in testa di registrare la seconda canzone più lunga della propria carriera dopo Station to Station e per struttura musicale e intenzioni Blackstar la ricorda molto. Inoltre Blackstar ci viene regalato come singolo accompagnato da un vero e proprio cortometraggio, nel quale ci sono talmente tanti di quei riferimenti disseminati volutamente e in maniera forzata, che è quasi inutile cercare di fare i Greimas di turno per decifrarli. Così come risulta superfluo cercare di indagare su ogni singolo elemento dell’opera e della copertina… ci si affaccia in un campo ai limiti dell’impraticabile.

Lazarus è la naturale prosecuzione concettuale del videoclip di Blackstar – si scorgono alcuni elementi simili – nel filmato è ritratto Bowie in quello che dovrebbe essere il proprio letto di morte e – stando a quanto Visconti ha rilasciato – è una sorta di canzone epitaffio (così come tutto il disco). Il videoclip – che vede un Bowie decisamente provato –  termina con lo stesso David che si rinchiude dentro l’armadio, come fosse un congedo al suo pubblico. È stato pubblicato in data 7 gennaio, il giorno prima  del 69esimo compleanno di Bowie (e della commercializzazione di Blackstar) e tre giorni prima della dipartita dello stesso. La teatralità è sempre stato il punto di forza di Bowie e un addio del genere lo desidererebbe ogni artista, persino Ziggy.

Il ritorno ai fasti della Trilogia non è solamente legato alla Station to Station 2.0, ma anche all’improvvisazione in studio come avvenuto per Dollar Days – un brano che sembra partorito dalla discografia romantica anni ’80-‘90 di Bowie – “Un giorno David ha preso la chitarra… e aveva questa idea e l’abbiamo imparata in studio”, ricorda il sassofonista McCaslin. Un altro riferimento da lacrima facile è l’armonica in I Can’t Give Everything nella stessa tonalità dell’armonica suonata da Bowie di A New Career in A New Town il brano che inaugurava il lato B strumentale di Low. Segnava un nuovo inizio per Bowie, così come l’armonica di I Can’t Give Everything – ad apertura dell’ultimo brano di un disco Bowiano – rappresenta l’ennesimo nuovo inizio del nostro Duca.

Sento di fare un torto in qualche modo al mio credo, non ho mai scritto di album contemporanei, trovo estremamente difficile inquadrare un’opera attuale razionalmente in un contesto nel quale sono immerso emotivamente. E’ un album che non ho proprio capito, che mi sono sforzato di apprezzare e che ho compreso solamente il 10 gennaio del 2016. Ma a distanza di un anno dalla morte di Bowie ho creduto fosse necessario chiudere il ciclo di articoli sulla Trilogia Berlinese con Blackstar – così come lui ha chiuso la propria carriera – finendo di tracciare un immenso cerchio artistico e personale. La discografia di Bowie è conclusa, con un ultimo slancio vitale è riuscito a farci dono della chiave per poter interpretare tutta la sua carriera. Il Bowie del ’70 è stato prorompente nei suoi limiti e nelle sue intuizioni ed è quasi naturale fare questo salto quantico dal Bowie di Station to Station al Bowie di Blackstar, il compendio della sua carriera.

Nine Inch Nails – The Downward Spiral

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Ecco, un altro di quei dischi sui quali puoi scrivere un libro, premetto che sarà dura essere concisi ma ci proverò.

In primis, l’album è fortemente ispirato a Low, sia nella struttura che nella metodologia di lavoro, tant’è che Reznor chiama Belew e lo sottopone alla stessa richiesta che Bowie ha avanzato a lui per Lodger – e prima ancora a Fripp per Heroes – “suona liberamente e concentrati nel fare rumore”. Si perché le registrazioni avvengono tramite un Mac e i suoni sottoposti a brutali variazioni tramite software digitali. Un approccio che può ricordare le campionature dei Depeche Mode, ma rispetto a loro siamo dinanzi ad un album brutale, pesante e aggressivo nel suo sound.

Siamo all’alba di una nuova era e questa era appartiene a Trent Reznor.

Letteralmente Downward Spiral significa spirale verso il basso, ed è quella nella quale Reznor sprofonda in un viaggio di oltre un’ora, partendo dalla frenesia di Mr. Self Destruct e precipitando sino alla title-track – che termina col suicidio del protagonista – fino ad Hurt e al rombo che la conclude. “Quando ho cominciato a lavorare su Downward Spiral, ero veramente depresso e il tema dell’autodistruzione è rimasto fortemente nella mia testa. Volevo fare un disco che esplorasse la sensazione di isolamento, di autodistruzione, di tutto quanto riguardi la propria vita. Ho tirato giù le diverse modalità di autodistruzione. E’ il mio tentativo di spazzar via l’oscurità interiore. […] è il punto di vista di una persona che getterebbe via ogni aspetto della propria vita, dall’incapacità di relazionarsi con gli altri fino a se stessi, dalla religione alla paura delle malattie. Non è rabbia ma ansia.”

Quest’ultima osservazione ci aiuta nella comprensione di Closer, brano che ha da sempre suscitato le fantasie dei più con quel ritornello esplicito che lascia intendere alla lussuria sfrenata. Un’interpretazione del tutto mendace in quanto Closer si concentra sull’ossessione e sull’odio verso sé stessi. Il suono della grancassa – come a simulare il battito cardiaco – è un sample preso da Nightclubbing di Iggy Pop. Il videoclip è un “monumento” ambientato nei laboratori di quei medici dell’800, e ci illustra attraverso dei simboli i temi ed i lati che appartengono alla nostra cultura e società (religione, politica, test sugli animali, sessualità e terrore) è quindi possibile scorgere: delle teste di porco; dei diagrammi di vagine; una scimmia legata ad una croce; una donna pelata con un crocifisso in mano; Reznor prima vestito in latex e poi con una ball gag. Insomma un bordello stile American Horror Story.

Una visione nichilista e paurosa della vita, uno stato – quello della depressione – alimentato dalla scelta di trasferirsi al 10050 Cielo Drive durante le registrazioni dell’album, per i più distratti, casa Tate. “Durante le registrazioni vivevo nella casa nella quale venne uccisa Sharon Tate. Un giorno incontro sua sorella che mi lapida: ‘Stai sfruttando la morte di mia sorella vivendo nella sua casa?’ […] Per la prima volta pensai che aveva perso la sorella per mano di gente becera e ignorante. Parlandomi realizzai ‘Se fosse stata mia sorella?’ e pensai ‘fanculo Manson‘. Andai a casa e piansi tutta la notte facendomi vedere le cose da un’altra prospettiva.”

What I’ve Become?The Downward Spiral è l’intero processo di disintegrazione dell’uomo, un uomo che distruggendosi perde ogni debolezza divenendo in parte automa – trasformazione evidenziata dalle battute impetuose delle batterie e dei suoni campionati – e ferendo chi è vicino a lui; accorgendosi di quanto è successo prova il suicidio e quello che c’è dopo ci viene spiegato in Hurt. L’autodistruzione viene cantata come un abuso di droga, ma è una metafora che apre ad ogni tipo di abuso (tranne quello edilizio): di chi annulla sé stesso per seguire la religione ciecamente o chi lo fa per amore, di chi in pratica viene cambiato nella propria essenza. Un viaggio nella propria coscienza, che spinge alla consapevolezza dell’errore alla comprensione di dove si è sbagliato e alla redenzione virtuale.

Depeche Mode – Violator

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Godere del silenzio è una pratica oramai desueta, si parla sempre di più e talvolta le parole diventano violente, ognuno si sente legittimato ad esporre il proprio pensiero, senza filtri e/o cognizione, senza avere consapevolezza delle proprie parole. Enjoy the Silence non vuol dire unicamente godere del silenzio, ma anche riflettere prima di parlare, significa pensare se è veramente necessario sprecare il fiato. Il videoclip – targato tu-sai-chi Corbjin – ritrae un Gahan modalità Piccolo Principe, in cerca di un posto tranquillo nel mondo dove potersi sedere. Alla fine lo trova il posto – dopo aver girato le highland scozzesi, la costa portoghese e le Alpi svizzere – giusto in tempo per la fine del video che si conclude con il Piccolo Dave che si mette l’indice davanti la bocca e ci intima di goderci il silenzio.

Ho cominciato con un pezzo da 90 e proseguo sulla stessa lunghezza d’onda, Gore è sugli scudi e diciamo che la sua inclinazione alla scrittura è facilitata da qualche bicchiere di troppo, ma anche da letture interessanti come Elvis ed Io di Priscilla Presley:

“è una canzone sull’essere Gesù per qualcun altro, qualcuno che ti dia speranza e attenzione. E su come Elvis Presley fosse l’uomo ed il mentore di Priscilla, di ciò che molto spesso capita nelle relazioni […]”  così nasce il Personal Jesus.

Il tappeto musicale blues e la voce di Dave Gahan rendono la canzone una delle più belle ma anche una delle più violentate della storia della musica. Si salvi Johnny Cash ma tutto quello che ne è venuto dopo – come per Enjoy The Silence – spinge a pensare che il titolo del disco – Violator – si riferisca a chi ha saccheggiato e deturpato sino alla nausea queste due canzoni.

“negli ultimi 5 anni abbiamo utilizzato la seguente formula: mia demo, un mese di studio e poi il pezzo era pronto. Il nostro primo singolo degli anni ‘90 avrebbe dovuto nascere in maniera diversa” così Gore spiega l’approccio al nuovo disco, fa perciò pervenire delle demo meno complete sulle quali intervenire in maniera più pesante.

E lo capiamo sin da subito con World in My Eyes che ammicca all’elettronica stile Ultravox ma con suoni evoluti, asciutti e secchi – che troveremo poi in Zero dei Bluvertigo – si tratta del brano preferito da Andy Fletcher.

Violator suona così anni ‘90, ma non in senso negativo – tipo East 17 o robe del genere – lo fa gettando al popolo un modo diverso di intendere l’elettronica, con campionature meno rozze, un suono a tratti piuma a tratti ferro. In questo le sessioni degli studi di Milano hanno contribuito ad ampliare la gamma dei suoni a disposizione. “Abbiamo registrato la maggior parte del disco a Milano, ed è stato veramente divertente. Non so come sia stato possibile completare il lavoro, eravamo quasi sempre in giro per party notturni e non ricordo nulla. […] mentre in Danimarca eravamo nel bel mezzo del nulla, perciò fu più semplice completare il mixaggio“.

Dopo Music For The Masses e Black Celebration la stampa di settore aspetta al varco i Depeche Mode che riescono ad alzare ulteriormente l’asticella. Personalmente non percepisco Violator come un disco superiore ai precedenti, ma sicuramente la maturazione e la crescita sono tangibili tanto da far ricredere i critici albionici. La rivalutazione dei Depeche Mode è totale, da pseudo-band per sfigati elettronica a catalizzatore di masse e macchina di hit.

Ma logicamente Gahan, Gore, Wilder e Fletcher sono molto più di una macchina da hit, loro sono la storia dell’elettronica recente. Signori ecco a voi i Depeche Mode.